L’accessibilità, gli ostacoli e la cultura della vergogna

Tempi lunghi e ostacoli diversi caratterizzano un concorso pubblico riservato alle categorie protette. E, una volta arrivati sul luogo di lavoro, ci si deve scontrare con pregiudizi e diffidenza

«Ti eri organizzato bene per la prova scritta, predisponendo una sala dove potevano entrare tutti, ma poi fai fare gli orali ad un piano superiore dell’edificio, senza ascensore: davvero incomprensibile! E, infatti, a due persone in carrozzina e ad un altro con problemi di spasticità hanno dovuto spostare l’esame al piano terra».
È una lunga storia, quella del concorso per categorie protette, che alla fine ha portato Mirella, donna sorda perlinguale, a lavorare in un ente pubblico di una grande città del Sud d’Italia. Una storia fatta di tempi biblici, di ostacoli incontrati in diverse occasioni e anche di pregiudizi, al momento di iniziare il nuovo percorso lavorativo.

Il bando viene emanato nel 2009 e un anno dopo arriva la preselezione. «Anche quella fase - racconta Mirella - è stata discriminante, perché l’hanno organizzata in un albergo privo di ausili. I bagni andavano abbastanza bene, ma una volta iniziata la prova non si poteva più uscire dalla sala, nonostante ci fossero persone che proprio non potevano rinunciare ai servizi. Come si fa a negare il bagno a chi è costretto ad usarlo spesso dalla propria patologia? Nemmeno le misure di sicurezza, poi, erano eccezionali. D’accordo, va bene sistemare una persona in carrozzina vicino alla porta d’ingresso, ma se si presenta una grave emergenza quella persona non riesce comunque ad uscire velocemente. Insomma, nel complesso è stata una situazione assai poco accessibile».

A quel punto passano ben quattro anni prima del vero e proprio concorso di selezione. È quello con le prove scritte bene organizzate, dove «vengono rispettati tutti i criteri giusti - come ricorda Mirella - fornendo ad esempio ai non vedenti una persona che scrivesse per loro».
Altra storia per le prove orali, con i problemi di accessibilità di cui si è detto, ma anche con tempi di attesa eccessivamente lunghi, addirittura di dodici ore, non certo il massimo per persone con difficoltà di varia natura.

Alla fine Mirella supera il concorso, ma sin dal primo giorno di lavoro capisce l’antifona. «Quando siamo entrati - spiega - la prima domanda dei nuovi colleghi è stata: “Categoria protetta, vero?”. E la loro espressione parlava da sé. Poi hanno aggiunto: “Ma lo sai che io non ho potuto fare il concorso per colpa tua?”. In quel momento mi sono resa conto che a valere era solo il pregiudizio, azzerando completamente ogni valutazione di merito o la stessa considerazione della mia formazione universitaria. E così non ci ho visto più e ho replicato: “Scusami, ma tu che laurea hai preso?”. “La laurea triennale” - ha risposto. “Ecco, io invece sono dottoressa in legge! E anche se capisco che lavori qui da un po’ di anni, se permetti, ho tutti i requisiti per essere ammessa, al di là di ogni categoria protetta!”».

A Mirella spiace un po’ ammetterlo, ma lei pensa che certi atteggiamenti di diffidenza nei confronti suoi e degli altri partecipanti allo stesso concorso siano dovuti anche al fatto che negli anni precedenti erano state assunte persone senza grandi qualifiche, «categorie protette - spiega - che ci hanno rappresentato male, dimostrandosi scarsamente capaci e sempre pronte, purtroppo, a litigare con i dirigenti».

C’è anche un altro fatto di cui Mirella ha preso coscienza. È quello che definisce il meccanismo della vergogna e lo racconta così: «Una collega è venuta da me, mi ha guardato e mi ha detto: “Ma tu metti le protesi così a bella vista?”. Poi mi sono accorta che dovevo posizionarmi davanti a lei per risponderle, perché non mi capiva, e quindi mi sono resa conto che anche lei portava le protesi, cercando però di nasconderle in tutti i modi. Mi stavo confrontando con una donna che aveva la mia stessa limitazione uditiva, ma apparteneva ad una generazione precedente alla mia, e in quel caso il suo atteggiamento era frutto di una precisa mentalità. Quando però ho incontrato anche una ragazza più giovane che si vergognava delle protesi, ho capito che in quest’altro caso non era più un problema di mentalità, ma la conseguenza di qualche discriminazione già vissuta. Credo quindi che sia molto importante riflettere sul perché sia ancora così forte la cultura della vergogna e quali ne siano di volta in volta le ragioni».

Maggio 2018