L’accessibilità nei piccoli gesti

Una donna ipovedente parla di accessibilità, tra passi avanti, supporti tecnologici e ostacoli persistenti

Mi chiamo Valentina, sono una donna ipovedente. Talvolta mi chiedo se gli altri si rendano conto che una persona cieca o ipovedente potrebbe condurre una vita normale, se solo le garantissero quegli standard di accessibilità e quegli strumenti di supporto capaci di offrire a tutti condizioni di pari opportunità. E questo non riguarda solo la scuola o il lavoro, che sono parti fondamentali della vita, ma anche gli aspetti ludici e culturali, come andare a vedere una partita di calcio o recarsi ad una mostra in un museo.

Non molto tempo fa, ad esempio, sono andata a visitare i Giardini Vaticani. Lì c’è un servizio ottimo, perché offrono visite guidate per non vedenti.
Ho ancora un residuo visivo, ma negli ultimi anni sono peggiorata e quindi mi sto informando sempre più spesso sull’esistenza di siti culturali accessibili. Prima non andavo mai in un museo o ad una mostra da sola. Ero più giovane, certo, e ci vedevo meglio, ma comunque andavo con il mio fidanzato o con le mie amiche e loro facevano il percorso con me. Mi illustravano ciò che era esposto, mi aspettavano se volevo avvicinarmi di più ad un quadro. Adesso invece è diverso. E quell’esperienza ai Giardini Vaticani è stata fantastica.
Nel percorso, infatti, sono disponibili le tavolette in Braille, grazie alle quali puoi sentire ciò che gli altri vedono. Incontri la Grotta della Madonna di Lourdes e hai la stessa Grotta della Madonna di Lourdes riprodotta in una tavola in rilievo, che puoi toccare. Mi sono sentita veramente gratificata, perché ho potuto godere di una visita in piena autonoma.
E lì l’accessibilità non è solo tattile, quindi funzionale alle persone come me che hanno una limitazione alla vista: c’è infatti un percorso praticabile anche per chi sta in carrozzina o comunque ha una disabilità motoria, grazie alla presenza di ascensori e scale mobili. I ragazzi con diverse disabilità vengono da tutta Italia per visitare questi giardini. E la cosa bella è che non hai un orario rigido: si possono fare le cose con calma. Io quel giorno ci sono stata dentro cinque ore.
Un’altra agevolazione importante, secondo me, è quella economica. Una persona con disabilità e il suo accompagnatore non pagano i biglietti di ingresso. E questo è fondamentale, perché spesso una persona con disabilità non lavora, vive con una misera pensione di invalidità, e senza queste agevolazioni non potrebbe fare nulla.

Ci sono però altri esempi di vita quotidiana che rendono bene l’idea dello spartiacque tra cosa io posso fare e non posso fare per l’assenza di accessibilità.
Quando vado a fare spese per alimentari o per altri generi, ho spesso difficoltà con i prezzi, perché non riesco a leggerli, non li trovo, sono scritti molto piccoli. Ebbene, adesso c’è una app da scaricare nello smartphone che permette di fare una fotografia e di ascoltare la lettura di quello che non vedi. Ad esempio, faccio una foto all’etichetta e la app mi legge quello che c’è scritto. E questa funzione è utile non solo nei negozi, ma anche per tante altre situazioni. Supponiamo che vada da sola da un nuovo dentista. Posso fare la foto del citofono, farmi leggere i cognomi e poi premere quello giusto. Oppure posso fotografare gli annunci sulle locandine appese alle pareti e ascoltare il messaggio.
Grosse difficoltà, invece, le trovo quando vado al supermercato e non posso acquistare la frutta e la verdura da sola, perché le bilance non hanno comandi vocali.
È lo stesso ostacolo che incontro anche agli sportelli bancomat, che non “parlano” e hanno le tastiere a schermo tattile. In queste condizioni, infatti, io non posso mai prelevare da sola. Poi magari in banca o alla posta c’è sempre la rampa per le persone in carrozzina, però il risultato è che l’accessibilità è a intermittenza, per alcuni c’è, per altri no. Quindi devo per forza farmi aiutare da qualcuno. Oppure entro in banca, non prendo il numeretto perché non vedo i numeri sul display e vado diritta al banco, con i clienti che mi urlano dietro «c’è la filaaaaa!». Però ormai mi conoscono e lo sanno che non ci vedo.
Diverso è quando vado a pagare alla cassa dei negozi, perché lì possono usare tranquillamente la carta bancomat e la tastiera dove inserire il codice è accessibile: orientandomi con il puntino sul tasto 5, so che l’ultimo pulsante in basso a destra è il verde. Che poi io il verde manco lo vedo, però so che per confermare devo premere proprio quel tasto lì. Adesso ci sono anche quelle carte bancomat che con una spesa inferiore ai 40 euro non richiedono di mettere il codice ed è una soluzione molto utile.
Insomma, quello che alla fine intendo dire è che, volendo veramente garantire l’accessibilità nella vita quotidiana, bisognerebbe tener conto anche di tante piccole semplici situazioni. È la loro somma che ci restituisce o meno l’autonomia personale.

Ottobre 2017