È l’ambiente che crea disabilità

Come può cambiare la vita di una persona con disabilità motoria in funzione del livello di accessibilità del contesto in cui è inserita

«Per capire quanto sia fondamentale l’ambiente nel determinare o meno una condizione di disabilità, basterebbe pensare ad un paio di passaggi cruciali della mia vita».
Lo dice Gianluca, colpito a soli due anni da una malattia neuromuscolare, che lo ha portato dapprima a camminare male e poi, progressivamente, ad usare la carrozzina.

Il primo passaggio cruciale cui Gianluca fa riferimento coincide con la scelta della facoltà universitaria. Oggi, infatti, è laureato in scienze sociali e lavora presso una struttura specializzata, ma a diciannove anni avrebbe voluto studiare tutt’altro, in una città non lontana dalla sua.
Come fare, però, a sostenere il peso economico di quel trasferimento, senza una famiglia agiata e soprattutto senza la possibilità di svolgere lavori da studente, come il barista o il cameriere?
«Chissà come sarebbe andata - dice - se ci fosse stata la possibilità di mantenermi in qualche modo. Ma erano gli anni ’80, non dimentichiamolo, e la consapevolezza di certi problemi era di gran lunga minore rispetto ad oggi. In ogni caso posso dire con certezza che proprio l’ambiente ha determinato, almeno in parte, la mia scelta di studi».

L’altro passaggio cruciale arriva con il lavoro, che porta Gianluca a trasferirsi, questa volta sì, dalla città dov’è nato a quella in cui vive oggi.
Sono entrambi due centri medio-piccoli, ma con una situazione ambientale molto diversa. Passare infatti da un sito storico fatto di salite e discese, con barriere di vario genere, ad un altro in cui l’organizzazione degli spazi consente di muoversi da soli anche in carrozzina può cambiare completamente la vita. La rende migliore e al tempo stesso fa crescere la consapevolezza, in una persona abituata da sempre ad arrangiarsi in qualche modo sin dai tempi delle scuole elementari.
«Ho vissuto per più di vent’anni nella città dove sono nato - racconta Gianluca - e alcune cose, come le stesse barriere, le davo quasi per scontate. Quando però ti trasferisci in un’altra città, che ti permette di vivere diversamente altre esperienze, ti rendi conto di tante cose e fai una serie di confronti. Succede così che cambia completamente la tua percezione e che cominci ad interiorizzare, ad esempio, il concetto di poter essere libero e indipendente».

Cambia l’ambiente, quindi, e in parallelo crescono le consapevolezze, che Gianluca ha acquisito e continua ad acquisire nel corso degli anni. Oggi, per dirne una, quando torna nella città natale a trovare i familiari, è assai più esigente rispetto agli ostacoli fisici e sociali in cui si può imbattere.
«Se devo pianificare una serata dove vivo ora - racconta ad esempio - posso farlo da solo. Se invece lo devo fare nella città dove sono nato, è meglio se c’è qualcuno, soprattutto per recarmi in determinati luoghi. Serve insomma una diversa organizzazione e costa più fatica».

Gianluca, dunque, non ha affatto rinunciato a studiare, a lavorare, a vivere come i propri coetanei. Anche grazie ai genitori e ai nonni, non si è mai sentito diverso dagli altri e, a suo dire, non ha nemmeno dovuto affrontare particolari episodi di discriminazione. Si è via via adattato alle barriere della sua città, della scuola, dell’università, educato sin da piccolo all’idea di poterlo fare.
Oggi, però, anche grazie a una professione che lo vede impegnato in ambito sociale, ha compreso perfettamente che non è lui, persona con limitazione motoria, a doversi adattare all’ambiente circostante, bensì proprio il contrario. E questa crescita di consapevolezza lo ha portato, tra le altre cose, anche ad andare a vivere per conto proprio, naturalmente con i sostegni necessari.

«Se non si sta attenti - sottolinea pensando alla sua storia di vita - c’è anche il rischio di rassegnarsi al fatto che nulla è immutabile. Io stesso qualche volta devo fare attenzione a questo meccanismo e riflettere sul rischio di dire che tutto vada bene, perché tu potenzialmente potresti fare tutto, a prescindere da quanto ti affatichi. Per questo ci sono stati alcuni momenti in cui ho dovuto dire basta a voce alta: “Fin qui va bene, da qui in poi proprio no!”».

Agosto 2017