L’eredità mancata degli anni ’70

Una storia di emancipazione femminile dal retrogusto amaro: la sensazione di aver lottato solo per se stessa, senza alimentare una consapevolezza diffusa dei diritti delle donne con disabilità

Stefania è cresciuta negli anni della contestazione, del femminismo. Ha respirato il vento del cambiamento che ha investito la realtà italiana negli anni ’70. Ha subìto l’influenza del contesto sociale, della scuola in fermento. E sotto la spinta delle amiche e del suo stesso bisogno di cambiare le cose, ha preso parte ai movimenti di emancipazione femminile.

La sua era una famiglia vecchio stampo, in cui la donna passava dalla casa del padre a quella del marito; in cui non poteva ambire all’istruzione, ad un lavoro adeguato alle proprie aspettative, a costruirsi il proprio futuro.
Sono proprio i conflitti in famiglia e l’impossibilità di scegliere in modo autonomo che spingono Stefania ad andare via di casa, ma nell’unico modo allora possibile: sposandosi.
Di lì a poco gli eventi precipitano: prima l’incidente che la costringe in carrozzina e poi la fine del suo matrimonio la riportano nella casa di origine, e stavolta in una condizione ancora più problematica, con la sensazione soffocante di essere tornata bambina. Sono sufficienti però solo pochi mesi a far riemergere il suo bisogno di indipendenza. E, complice il fatto che la sorella si era trasferita dal loro piccolo Comune di nascita ad una grande città, decide di seguirla.

È a questo punto che Stefania si impegna per ricostruire il proprio progetto di vita, a partire dal chiedersi quale futuro sia possibile per lei, con le risorse umane e materiali di cui dispone. Bisogna accantonare l’università e la passione per gli studi, e mettersi a lavorare.
Grazie a un volantino pubblicitario, apprende di un corso di alfabetizzazione informatica rivolto a persone con disabilità, finalizzato alla costituzione di una cooperativa, e si iscrive. Sono i primi anni ‘80, si inizia sempre più a parlare di computer: l’idea di poter lavorare seduta la incoraggia e la possibilità di impegnarsi in un progetto imprenditoriale risponde al suo desiderio di non avere padroni!
Nasce così una cooperativa integrata, allora non si chiamavano ancora cooperative sociali, di cui ben presto Stefania diventa presidente. Un percorso da vera pioniera, considerando che ancora oggi le donne stentano a ricoprire ruoli di vertice e le stesse organizzazioni di persone con disabilità tendono spesso a riprodurre le medesime discriminazioni di genere.
Dopo una decina d’anni riesce anche a riprendere gli studi all’università, conciliando studio, lavoro, ruolo dirigenziale e anche vita associativa, in cui si impegna a favore dei diritti delle persone con disabilità. «I miei progetti alla fine li ho realizzati - racconta - solo hanno richiesto tempi diversi. Mi sono ricostruita sulla mia pelle, sui miei limiti, sulle mie risorse».

Nella sua vita, Stefania ha incontrato donne con disabilità che non sono riuscite ad entrare nel mondo del lavoro, altre che non hanno potuto fare carriera, altra ancora che non hanno conquistato l’indipendenza dalla propria famiglia d’origine e non sono maturate come persone. Ma, secondo lei, ciò che ancora manca è la consapevolezza nelle stesse donne con disabilità di questa doppia discriminazione, in quanto donne e in quanto persone con disabilità.
«In prima persona mi sono impegnata per cambiare le cose - afferma - ma a volte ho la sensazione di aver lottato solo per me stessa». Quello che vede è un mondo del lavoro ancora dominato dagli uomini, in cui le donne sono sole nell’assolvere al loro doppio ruolo, fuori e dentro la famiglia. E, anche laddove riconosce che passi avanti si sono fatti, ciò che lamenta è l’annullamento delle differenze, con le donne che non sono riuscite ad emanciparsi mantenendo la propria specificità.

Settembre 2017