Chi conosce il calcio e il baseball giocato dai ciechi?

L’attività sportiva dettagliata, con minuziosi particolari, da un uomo con disabilità visiva, che ha esperienze in vari sport, praticati in diversi contesti territoriali

Provate a chiedere ad una persona qualsiasi cosa ne pensa del calcio o anche del baseball praticato dai ciechi. È molto probabile che vi guardi con tanto d’occhi, pensando forse ad uno scherzo. E invece quegli sport esistono eccome, caratterizzati anche nel nostro Paese da un movimento in continua crescita, sia per il numero dei praticanti, sia per una tecnica che diventa sempre più raffinata.

Per capire l’importanza di queste attività per una persona con disabilità visiva, è sufficiente pensare alla passione cristallina e alla dovizia di particolari con cui Marcello, cieco dalla nascita, racconta la propria esperienza, vissuta sia in Italia che in Francia.
È ammirevole, ad esempio, l’amore del dettaglio con cui racconta lo svolgimento del torball, sorta di gioco del calcio con palla sonora, che nelle sue parole diventa un vero e proprio modello d’inclusione.
«Si gioca a torball in palestra - spiega - tre contro tre, non vedenti, ipovedenti o anche vedenti, ma tutti con una mascherina che impedisce di vedere. Dentro al pallone ci sono delle minuscole campanelle e bisogna tirarlo con le mani per fare gol dall’altra parte del terreno di gioco. Il problema, però, è che al centro del campo vengono posizionate delle corde a 40 centimetri da terra e non bisogna toccarle, altrimenti si commette fallo. In Italia si gioca già in molte città: Cagliari, Napoli, Roma e anche in Sicilia. Io l’ho scoperto poco dopo i vent’anni, a Firenze, dove ho vissuto per un po’ di tempo per frequentare un corso di formazione».

A Firenze Marcello ha scoperto anche il baseball, altra disciplina che lo ha subito conquistato e che ha poi praticato anche in Francia. «Da noi - precisa però - le squadre sono molte di più, almeno una decina, con un regolare campionato che si gioca da più di vent’anni».
Il primo pensiero va alla grande velocità con cui si muove la pallina in questo sport e ai possibili rischi per l’incolumità di un giocatore non vedente. Ma l’entusiasmo con cui ne parla Marcello è a dir poco rassicurante. «Il baseball per ciechi - dice - si gioca anch’esso con una pallina sonora, bucherellata, che ha dentro dei campanellini come quelli di una canna da pesca. Prima di darmela, l’arbitro chiama le basi, dove ci sono gli assistenti vedenti, esperti sia di baseball tradizionale sia di quello giocato dai non vedenti, che sbattono delle palette di legno per suggerirci la loro esatta posizione. Quando ho la palla in mano, nella base di partenza, la batto e poi devo correre per raggiungere la seconda base e conquistarla. Le basi sono dotate di un cicalino tipo clacson della vecchia Fiat Cinquecento. E, mentre io corro, i difensori, per eliminarmi, devono raccogliere la pallina, che ho battuto dall’altra parte del terreno, e lanciarla ad un giocatore assistente in seconda base. E così via sino alla fine della partita, che può durare anche molto a lungo».

Ascoltando Marcello proseguire nel suo racconto, mentre dettaglia con precisione tutte le fasi del gioco, c’è anche il rischio di smarrirsi, perché le varie regole non sono tutte così facili da comprendere. Quando però conclude, oltre al grande divertimento e alla carica che gli arriva da questa pratica sportiva, emerge un altro elemento importante, che è quello della convivialità e dell’amicizia.
«Questo - racconta - è lo sport che faccio io. In Francia l’ho praticato solo a livello amichevole, perché ci sono ancora poche squadre. Qui da noi, invece, oltre al campionato, c’è la Coppa Italia e anche altri tornei. Si gioca sempre in primavera, da marzo a giugno, poi in settembre ci si allena. Quel che mi piace molto di questa esperienza è che sembra di essere tutti in famiglia. Ci si saluta con grande calore, tutti sono contenti di rivedersi, anche dopo molti mesi. Mi dà poi l’occasione di conoscere sempre gente nuova: non vedenti, accompagnatori, vedenti che giocano insieme a noi, arbitri, persone di tutte le età. Lo vivo proprio come uno sport di famiglia e spero davvero che continui, crescendo ancora di più».

Febbraio 2018