Rifiutavano il cane o la mia disabilità?

Una donna con disabilità visiva e il suo cane guida: una storia di indipendenza, superando gli ostacoli e lo sguardo della gente

Per Bice la cecità è arrivata progressivamente, durante un’età critica della vita, come quella dell’adolescenza. «Anche per questo - racconta - ho iniziato ad usare il bastone bianco abbastanza tardi, perché ho avuto ovviamente la classica crisi adolescenziale legata al fatto che avevo perso la vista e non lo accettavo. Ad un certo punto, però, ho dovuto fare di necessità virtù e, dopo aver imparato ad usare il bastone, ho iniziato a servirmene tutti i giorni e a girare da sola per la mia città».

Sin da bambina, tuttavia, ancor prima di perdere la vista, Bice adorava gli animali e in particolare i cani. Passare quindi dal bastone al cane guida è stata per lei una conseguenza quasi logica.
«Ho inviato la domanda e circa un anno dopo è arrivata Mina, una femmina di Labrador, che è ormai con me da più di tre anni. Per me è stato uno strumento di autonomia fondamentale, senza confronti con il bastone. E non solo per la migliore mobilità che mi garantisce, ma proprio perché è stata la motivazione per cui ho deciso di uscire di casa. È quasi un paradosso, me ne rendo conto, ma prima io non avevo tanto paura di quello che poteva accadermi fuori, degli ostacoli fisici che avrei potuto incontrare, quanto delle persone che mi avrebbero vista cieca, e quindi del giudizio altrui. Anche per questo il bastone era improponibile per me: sbatti contro gli oggetti, cerchi le strisce pedonali a caso, per carità. Con Mina invece è tutta un’altra cosa, mi da un’idea di maggiore fluidità».

Si può dunque dire che Bice pensasse di volere un cane guida già mentre imparava ad usare il bastone bianco. Il momento, però, non era ancora quello giusto, perché, come spiega lei stessa, «mi rendevo perfettamente conto che il cane guida è un cane, per cui, se tu non possiedi già gli strumenti per essere autonoma fuori di casa, è inutile che lo prendi. E quindi mi sono data un paio d’anni per acquisire bene la tecnica e poi ho preso il cane, ma è sempre stata un’idea precisa, da quando sono diventata cieca».
A differenza del bastone, l’animale richiede anche un corso obbligatorio, che Bice naturalmente ha frequentato, pur essendosi convinta, in seguito, che «la vera tecnica la acquisisci sul campo, nel senso che puoi fare tutti i corsi che vuoi, però poi devi uscire e basta, non puoi fare altro».

Durante questi anni passati con Mina, Bice ha migliorato nettamente il suo modo di muoversi, e con il suo animale ha fatto un po’ di tutto: insieme sono partite per l’Erasmus in Europa, insieme hanno percorso addirittura un tratto del Cammino di Santiago di Compostela.
In generale, poi, il tema l’ha appassionata al punto tale da portarla a collaborare con la scuola che aveva addestrato Mina, e a diventare referente per i cani guida in un’associazione della sua città, fornendo informazioni a chi voglia seguire il medesimo percorso e supportando chi incontra ostacoli per l’accesso nei vari luoghi.

Già, gli ostacoli, che purtroppo non mancano. Per quanto la riguarda personalmente, però, Bice tira dritto, legge alla mano: «Mi succede ad esempio con i tassisti - racconta - che in genere hanno ormai capito di essere obbligati a far salire il mio cane sul taxi, ma magari mi trattano male. Non mi interessa molto, perché l’importante è che mi portino dove devo andare, però mi infastidisce abbastanza. Oppure qualche volta succede che un albergo mi scriva di non voler prendere i cani. Spedisco quindi il testo della legge che me lo consente e mi fanno andare. Altre difficoltà le trovo al supermercato, dove mi dicono “vorremmo farla entrare, ma se poi arriva l’ufficio d’igiene?”. In questi casi io entro e basta, do i riferimenti di legge e la storia finisce lì».

Oggi Bice ha venticinque anni, ma già da tempo ha sviluppato un forte senso di indipendenza, che l’ha spinta a trovare il modo per uscire fuori dalla famiglia d’origine, andando a vivere per conto proprio. Per questo ha partecipato ad un interessante progetto promosso dall’università in cui studia, che prevedeva la convivenza in una stessa casa di quattro studenti, dei quali uno con disabilità.
Quando però quel percorso si è positivamente concluso, la ricerca di un alloggio non è stata per niente facile, prolungandosi anzi per parecchi mesi. Più che i proprietari, a quanto pare, erano i coinquilini a non volere un cane in casa. A quel punto, però, a Bice è sorto un dubbio, che tuttora è rimasto tale: «Non ho ancora ben capito - si chiede - se quei rifiuti fossero legati al cane oppure alla mia disabilità».

Gennaio 2018