I tuoi amichetti non ce l’hanno mica il cane con la patente!

Una mamma ipovedente alle prese con la crescita di due bambini dal carattere molto diverso l’uno dall’altro

Se dovessi trovare un aggettivo per il rapporto che hanno avuto i miei due figli con una madre fortemente ipovedente, quasi cieca, lo definirei come delicato, almeno fino a quando sono stati piccoli. Penso infatti che per loro crescere insieme a me sia stata una cosa molto spontanea, quasi naturale. Con me, che non ci vedevo bene, si comportavano in un determinato modo, con le persone che ci vedevano si comportavano diversamente, senza per nulla considerarlo come un fatto strano. Capitava addirittura che a casa degli altri si stupissero di trovare degli elettrodomestici che non parlavano e, una volta, mi dissero: «Ma lo sai, mamma, che la sveglia del mio amico non parla?». Era come se volessero dire che quella sveglia era più brutta della nostra, proprio perché non parlava. Non si rendevano conto, insomma, che la particolarità era la nostra e non quella degli altri.

C’è però un fatto importante da sottolineare: i miei due ragazzi hanno un carattere abbastanza diverso l’uno dall’altro. Il più grande teneva generalmente dentro le proprie emozioni, mentre l’altro le esprimeva in modo molto diretto, a volte quasi spudoratamente.
Da questo punto di vista, è stato più facile rapportarmi con l’atteggiamento del più piccolo, che manifestava apertamente tutte le sue emozioni. Magari a volte ci restavo di stucco, però così mi dava anche la possibilità di aiutarlo a superare un certo senso di disagio che poteva incontrare di fronte alla mia disabilità.
Il più grande, invece, era introverso, silenzioso, e anche se non me ne parlava assolutamente sapevo benissimo che c’erano delle situazioni in cui viveva la mia disabilità come un’ingiustizia. Ad esempio quando non potevo vederlo bene mentre giocava a calcio. Oppure quando gli altri bambini gli facevano domande del tipo: «Perché la tua mamma non vede bene?». Oppure addirittura: «Ma la tua mamma è cieca?». Per lui erano parole forti, perché era come attribuire un appellativo alla sua mamma che la rendeva diversa dagli altri.
Sono quasi certa, quindi, che il mio primo bambino, nelle relazioni con gli amici, qualche dispiacere lo abbia effettivamente provato. E forse se n’era accorta anche la sua maestra, che aveva cercato di aiutarlo a vedere tutti i lati positivi del mio carattere, dandogli una serie di motivi per non sminuirmi rispetto alle altre mamme.
Tutto l’opposto del mio secondo figlio, che magari tornava a casa e mi diceva: «Lo sai che la mia amica mi ha detto che quando la guardi lo fai con gli occhi storti?». Ecco, bene, in quel momento l’avrei potuta anche strozzare la sua amica, e tuttavia mi faceva molto piacere che me lo dicesse, perché pensavo: «Almeno non te lo tieni dentro, non ci soffri tu, e io ti posso dare una risposta, che la prossima volta darai alla tua amica». Una risposta come questa, ad esempio: “Sei tu che non hai visto bene, la mia mamma non ti guarda con gli occhi storti, la mia mamma non vede bene dove sei. È una cosa diversa. E per fare le cose usa altri sistemi”. In quel modo, insomma, potevo insegnare al mio bambino come rispondere agli altri in determinate situazioni. Tirando fuori le emozioni, se ne liberava e quindi potevamo affrontarle, diversamente avrebbe rischiato di soffrirne di più.

C’erano comunque delle cose che mi dicevano entrambi, magari meno pesanti di altre. Ad esempio che i loro compagni avevano sia il papà che la mamma con la patente di guida, noi invece no. Allora replicavo che però i loro compagni il cane con la patente mica ce l’avevano! Noi invece sì! E naturalmente mi riferivo al mio cane guida.
Ecco, ho sempre ritenuto molto importante far capire ai bambini che ci sono anche delle risposte da dare per non sentirsi inferiori agli altri e per non pensare che la propria mamma sia di seconda categoria. Mi rendo conto, però, che quando erano molto piccoli, e frequentavano la prima o la seconda elementare, non era certo sempre facile.
Poi, crescendo, sono stati loro stessi ad acquisire quasi spontaneamente la capacità di rispondere anche alle domande più antipatiche. E nel corso degli anni si sono resi conto da sé che in pratica la loro mamma faceva le stesse cose di tutti, anche se con maggior lentezza, mettendoci anzi più impegno e più entusiasmo degli altri.

Aprile 2018