Siamo cartine di tornasole dell’inciviltà

Bologna, Roma e le maggiori città europee a confronto sulle barriere sensoriali alla mobilità: ne esce malconcia la Capitale, che non garantisce l’accessibilità delle strade e dei trasporti

Resilienza, cosa significa questa parola? Sapersi piegare fino in fondo e poi riprendere slancio. «Oggi dirlo è di moda, ma io la resilienza la metto in pratica da quando ero ragazzo!».
Aldo lo afferma con cognizione di causa, perché altrimenti la sua vita di ipovedente, oggi quasi completamente cieco, sarebbe stata ancor più dura vivendo da molti anni a Roma. Una città che, se messa a fianco di altre grandi metropoli, non fa certo una bella figura. «Il centro di New York - racconta Aldo - l’avrei girato tranquillamente da solo: semafori sonori ad ogni incrocio, mappe in Braille, di tutto e di più. E anche Parigi, Londra, Berlino sono più avanti. Parlo naturalmente per me, per la mia disabilità visiva, perché magari anche lì una persona che si muove in carrozzina i problemi li trova».

Aldo è fermamente convinto che proprio le persone con disabilità siano la cartina di tornasole di ciò che non funziona in una società. «Dove non si fa manutenzione, non ci sono i marciapiedi, le strade sono piene di buche, siamo noi i primi a sbattere contro questa realtà, ma poi alla fine ci sbattono anche tutti gli altri!». E insiste: «Quello che non va bene per noi generalmente rende la vita un po’ più difficile a tutti. Certo, poi gli altri riescono a sopperire meglio a queste mancanze, mentre per noi possono diventare ostacoli insormontabili, che impediscono di andare all’università, di lavorare, di fare sport».
Quando parla di mobilità, Aldo pensa che uno dei principali problemi sia proprio quello della carenza di manutenzione. Partendo infatti dal presupposto che si stia effettivamente lavorando per rispettare le leggi sull’accessibilità, cosa che invece non sempre accade, si pone alcune domande. «A cosa serve installare l’ascensore in una stazione della metropolitana, se poi non funziona? O un montascale che nessuno sa mettere in moto? Per non parlare dei percorsi tattili a terra, che senza manutenzione un po’ alla volta letteralmente si distruggono».

Quel che forse avvilisce di più una persona come Aldo, che ha lavorato a lungo nel settore delle nuove tecnologie, è che i progressi raggiunti in ogni campo, dall’elettronica all’edilizia, sono talmente grandi che oggi, per una persona con disabilità, la mobilità potrebbe essere come quella di chiunque altro. E anche a costi relativamente contenuti, come lui sa bene. «E invece succede - come racconta Aldo - che spesso a Roma salti il viaggio di una metropolitana, e allora resti in mezzo alla strada, perché per un quasi cieco salire su una navetta affollata, in mezzo a una specie di “assalto alla diligenza”, l’impresa diventa quasi disperata».

Per cavarsela in situazioni come queste, Aldo ha scelto di parlare, parlare molto con le persone, facendosi dire quale autobus sta arrivando, se ha cambiato tragitto, se c’è un ostacolo nuovo davanti alla stazione della metropolitana. È una scelta che non gli pesa affatto, perché ama relazionarsi con gli altri. Qualche volta, però, gli è anche capitato che di parlare non gli lasciassero nemmeno il tempo, esponendolo così a situazioni tragicomiche. Come quando, fermo all’angolo di una strada, lo hanno letteralmente trascinato dall’altra parte dell’incrocio, prima ancora che potesse dire al volonteroso di turno: «Grazie, ma stavo aspettando il taxi, non avevo bisogno di attraversare!».
E, tuttavia, quanto andrebbe meglio se a parlare fossero anche i semafori. «Sto da più di dieci anni a Roma - spiega - e di semafori sonori ne avrò visti tre o quattro in tutto. Chi ha messo quei pochi, poi, deve aver pensato che si usassero solo il giorno di Ferragosto! Con il normale rumore del traffico, infatti, si sentono pochissimo».

Aldo ha vissuto anche in una città più piccola di Roma, con una struttura urbanistica completamente diversa. «A Bologna - spiega - ci sono i portici, i marciapiedi più protetti dalle auto, un traffico meno rumoroso. Lì potevo muovermi in libertà, abbastanza tranquillamente, e fare i conti solo - si fa per dire - con la maleducazione di chi parcheggia dove non dovrebbe. Ma questo è un problema generale. A Roma, invece, gli spazi sono enormi, le strade larghe e non sempre delimitate, in un continuo alternarsi di verde, asfalto e spazi aperti. Qui sarebbero fondamentali i percorsi tattili a terra e soprattutto che fossero sempre ben curati».

In attesa, quindi, che la società diventi più civile e la sua città più ordinata, ad Aldo non resta che continuare a far leva sulla sua capacità di relazionarsi con gli altri, accettando l’aiuto che in molti gli danno, soprattutto stranieri, anche quando non ne avrebbe affatto bisogno. «Lo faccio - dice - primo perché mi rilasso, e poi perché penso che sia un modo per far capire alle persone che ti puoi muovere da solo, per dare un segnale che al mondo ci sono anche persone con disabilità che provano a muoversi da sole, che costruiscono la propria autonomia. Per me la scoperta del bastone bianco è stato un momento determinante: mi ha consentito di informare gli altri che non ci vedevo e di spiegare poi quali sono gli ostacoli. Credo infatti che la vera autonomia sia saper chiedere aiuto quando è necessario, saperlo accettare quando te lo offrono ed eventualmente saper fare anche senza».

Ottobre 2017