Essere cieca e crescere una bambina cieca

Le difficoltà di una donna cieca nel crescere una bambina adottiva anche lei cieca, spesso simili a quelle di ogni altra madre, con una grande voglia di autonomia per sé e per la figlia

«Purtroppo capita spesso che la cecità sia vista come un handicap peggiore di quello che effettivamente è. Esiste ancora un grosso problema culturale e addirittura, a livello linguistico, c’è chi rimprovera un altro per qualche sua sventatezza dicendogli: “Ma che sei cretino? Non hai visto? Sei cieco?”».
È una premessa, questa, che Marisa ritiene certamente necessaria, per raccontare tutti i problemi, ma anche le soddisfazioni, che una coppia di persone cieche - come lei e suo marito - ha dovuto affrontare, adottando una bambina pure lei non vedente.
«Erano in tanti - racconta - a chiedersi come avrebbe potuto fare una madre cieca a prendersi cura di una bambina anche lei cieca. Ma secondo me era un discorso sbagliato in partenza, perché nessuna mamma, quando le arriva un figlio, è sufficientemente preparata. Quando ce l’ha tra le braccia e quando lo sente piangere, non è mai come glielo avevano spiegato, si impara ad essere madri giorno dopo giorno, non sei mamma da subito. E questo vale per tutti i genitori, ciechi o non ciechi».

«Avevo tante preoccupazioni - continua Marisa - del tipo “sarò capace di mettere un pannolino a una bambina?”, “riuscirò a fare questo o quest’altro?”. Poi però, quando ho avuto davanti mia figlia, mi sono detta: “Vabbè, in qualche maniera lo farò, anche se le prime volte mi verrà meno bene!”. Erano paure legate soprattutto alla gestione della bambina, ma quando lei era con me spariva tutto e, come d’incanto, sapevo perfettamente cosa fare. È un aspetto classico del mio carattere: davanti ad un problema posso avere tante ansie e timori, ma poi lo affronto e basta».
E problemi ce ne sono sicuramente stati, ma sempre vissuti giorno dopo giorno e legati per lo più a situazioni concrete, quotidiane, come racconta la stessa Marisa, che ha sempre cercato di risolverli al meglio, uno alla volta. Un esempio per tutti: «Ho incontrato parecchie difficoltà nel mettere alla bambina le gocce nelle orecchie o negli occhi, quando ne aveva bisogno. In quei casi, non avendo intorno una cerchia familiare su cui poter contare, ho chiesto semplicemente aiuto ad una vicina di casa o ad un’amica, e tutto è andato bene».
«Non avevamo ancora paure - riflette poi - sulla socializzazione, l’inclusione. Quei pensieri li rimandavamo al dopo, mano a mano che gli anni passavano. Certo, le preoccupazioni per il futuro ci sono eccome, sono quelle legate all’inserimento di mia figlia nella scuola e più avanti nella società, nel lavoro. Ci pensiamo, ma cerchiamo di affrontare ogni problema solo nel momento in cui si pone, predisponendo le varie situazioni meglio che possiamo, senza farci travolgere dall’ansia. E quando sbagliamo, perché essendo umani sbagliamo, cerchiamo di rimediare».

Quel modo tutto concreto di camminare nella vita è lo stesso che Marisa e suo marito hanno adottato anche quando la figlia ha iniziato ad andare a scuola. «Da principio - racconta - capitava che chiedessi aiuto a mia madre, quando veniva a trovarmi, o alla signora delle pulizie, per sapere se la maglietta che metteva mia figlia per andare a scuola fosse ancora ben ridotta, se il colore fosse sbiadito. Ma, crescendo, tutto si è risolto, anche perché credo molto nell’autonomia delle persone e ho sempre cercato di trasmetterla anche alla mia ragazza. Le dicevo: “Io ti insegno come si fa, ora puoi farlo anche da sola”. Morale: oggi le gocce negli occhi se le mette lei e gli abbinamenti dei vestiti se li sceglie liberamente. Anche perché usa lo smartphone per riconoscere i colori, lei è più brava di me in questo, e con gli abbinamenti se la cava abbastanza bene. Sono i problemi, invece, che con il tempo sono cambiati, come quello del trasporto a scuola, che è in una città diversa da dove abitiamo. Mia figlia, infatti, ci va tutti i giorni con il servizio del Comune, ma quando ci sono degli eventi particolari devo per forza chiedere aiuto ad altri. Però, a pensarci bene, quante altre mamme vedenti chiedono ai nonni, per dirne una, “Puoi portare mia figlia a danza?”».

Che l’autonomia sia una specie di bandiera, per Marisa, lo si capisce bene anche dalla sua puntualizzazione sul servizio pubblico di trasporto: «Il mio Comune - spiega - lo fa per tutte le persone con disabilità, non è una cosa speciale solo per noi. E come madre non vedente io non ho mai chiesto nulla di specifico ai Servizi sociali, anche perché potrebbe diventare un’arma a doppio taglio. Ho il timore che, se andassi a chiedere aiuto, qualcuno, con superficialità, potrebbe anche dirmi: “Ma allora tu non sei in grado di badare da sola a tua figlia?”. E le conseguenze potrebbero essere molto pericolose».

Altre riflessioni all’insegna dell’autonomia sono quelle di Marisa sul sostegno ricevuto dai parenti e dagli amici: «Tutti - racconta - hanno molto appoggiato me e mio marito, tutti ci sono stati vicini, finché nostra figlia è stata molto piccola. Poi, pian piano, è cresciuto il disinteresse. Un bambino piccolo, del resto, fa più tenerezza di uno grande. Per carità, quando ci si vede sono tutti affettuosi, ma non c’è più la presenza di prima, quando in tanti mi dicevano: “Guarda che se hai bisogno ti accompagno, se devi comprare qualcosa per tua figlia ti accompagno, chiedilo senza problemi”. Adesso non è più così, adesso le persone di supporto devo pagarle. E alla fine lo preferisco: poter pagare le persone, infatti, paga la mia autonomia. Non dipendo e non devo ringraziare nessuno. Poi ringrazio lo stesso l’assistente, perché fa parte della mia educazione, ma nel momento in cui ti pago io sono completamente autonoma!».

Agosto 2018