Nella vita è come nello sport

Una donna con disabilità intellettiva racconta la sua esperienza nello sport agonistico e ciò che da esso ha imparato in termini di autonomia

Spesso lo sport praticato da una persona con disabilità non viene considerato per quello che effettivamente rappresenta nella vita di chiunque: un momento di svago, di socializzazione, di crescita, uno strumento per mantenersi in forma o, in alcuni casi, un possibile veicolo di occupazione e di guadagno, una fonte di soddisfazioni. Abbinata alla disabilità la pratica sportiva viene generalmente identificata quale mezzo di riabilitazione, come in effetti a volte accade, e si finisce quindi per pensare che una persona con disabilità, ad esempio, faccia sempre ippoterapia, anziché semplicemente divertirsi andando a cavallo.

Bianca è una donna con disabilità intellettiva che ha praticato molto sport a livello agonistico. Sci, atletica, ma soprattutto nuoto, che le ha permesso di prendersi qualche bella soddisfazione, vincendo coppe e medaglie, e stabilendo due record italiani e uno mondiale.
«Lo sport - racconta - mi ha aiutato ad essere autonoma e responsabile di me stessa, del mio rendimento. Soprattutto quando mi preparavo per le qualificazioni ai Mondiali o agli Europei, mettevo la tenda in piscina e stavo lì: facevo allenamento, quello tosto, proprio tutti i giorni. Poi però, quando è arrivato il momento di lasciare, è stata un po’ dura. Quando ho finito la mia carriera sportiva a livello agonistico sono stata molto in difficoltà. Ero così incentivata a vincere, a migliorare i miei tempi, che non sapevo bene cosa fare. Adesso non è che ho attaccato il costume al chiodo, ci vado lo stesso in piscina, ma non lo faccio più a livello agonistico. Bisogna lasciare spazio ai giovani, per me adesso il nuoto è come un punto di sfogo. Poi ho iniziato ad andare a cavallo, e faccio sci in inverno quando vado in montagna con i miei genitori».

Dopo lo sport agonistico Bianca ha iniziato a cercare lavoro, e dopo due anni di tirocinio è stata assunta part-time in un’azienda pubblica di trasporti locali. «Quella - sottolinea con orgoglio - è stata per me la vittoria più importante, più grande anche di tutte quelle che ho conquistato nello sport. Ho fatto un anno di formazione e uno di pratica e lì ho imparato molte cose, come lavorare con il programma excel sul computer. Poi sono passata in un altro reparto, dove si facevano altri tipi di lavori. E dopo ancora ho iniziato a fare un vero e proprio lavoro d’ufficio: protocollavo la posta in arrivo e in partenza, facevo fotocopie, portavo i documenti ai vari uffici, rispondevo al telefono e tanto altro ancora».

Ma quali sono le difficoltà che Bianca ha incontrato e come le ha superate?
«In un primo momento - dice - non conoscevo nessuno e mi sentivo un po’ a disagio, ma i colleghi mi hanno accettata subito: in pratica si sono affezionati a me e mi hanno fatto crescere anche sul lavoro. Mi sono stati vicino. Addirittura un collega, siccome ero finita in un angolo della stanza, ha scambiato con me la sua postazione: è stato proprio bravo!

E poi c’è l’autonomia, acquisita nel tempo, che in una grande città permette a Bianca di raggiungere il posto di lavoro da sola, usando i mezzi pubblici: un autobus, il trenino e cento metri a piedi per arrivare da casa all’ufficio, circa un’ora e quaranta minuti di viaggio, traffico permettendo.

Quando qualcuna delle sue amiche le chiede un consiglio, Bianca non ha dubbi rispetto al valore dell’esperienze che ha accumulato facendo sport. «Nella vita - sostiene - è come in piscina: se sei convinta di poter fare un tempo migliore e ci credi davvero, puoi stare certa che ci riuscirai!».

Ottobre 2017