Come sarei vissuta, se non fossi stata sorda?

Una donna sorda con l’impianto cocleare illustra ostacoli e opportunità della sua condizione: dall’università al Servizio Civile, e chiede maggiore informazione e sottotitolazione

«Per me la disabilità è un problema che può essere risolto grazie ad una serie di adattamenti. Certo ci sono delle difficoltà, non lo nego, ma la sordità l’ho sempre vissuta in maniera molto leggera, con tranquillità. Certe volte mi capita di pensare: “Se non fossi stata sorda come sarei vissuta? Come starei vivendo in questo momento?”. Però poi, a pensarci bene, se non fossi sorda forse non avrei questo carattere, non avrei avuto la possibilità di viaggiare, di conoscere gente, di formare un’associazione: mi sarebbero mancate tutte queste possibilità».
È vero: a soli ventisei anni, Sofia ha già viaggiato molto e lo ha fatto per motivi diversi. Dapprima è stato a causa della sua sordità, sopraggiunta nel primo anno di vita, che l’ha portata più volte in ospedale, fino a quando, nella prima adolescenza, l’impianto cocleare le ha cambiato totalmente l’esistenza, permettendole di sentire. Poi è arrivato l’impegno con un’associazione attiva sul fronte della disabilità uditiva, nella quale la madre era già coinvolta in ambito direttivo.

«Sia per i ricoveri in ospedale - racconta - sia grazie all’associazione, ho potuto viaggiare tantissimo, vedere tanti posti e incontrare persone diverse. Ho conosciuto anche tanti sordi, che avevano l’impianto cocleare come me o che usavano il linguaggio dei segni. Questo mi ha caricato di esperienze positive, permettendomi di capire cosa volessi io veramente».
Qui a Sofia torna in mente il dialogo con un’amica della sua città: «Mi diceva: “Come fai a viaggiare così tanto anche da sola? Non hai il problema di perderti? E se hai qualche difficoltà perché non riesci a sentire?”. Le ho risposto che tutte le esperienze finora vissute mi hanno portato ad avere un buon senso dell’orientamento in tante città diverse. Per questo mi piace muovermi anche da sola, magari alla scoperta di un nuovo museo, perché amo molto l’arte. Ma mi piace anche viaggiare con l’associazione, per condividere le emozioni con gli altri o per darsi una mano in caso di bisogno».

Nonostante il suo carattere volitivo, però, anche Sofia, che oggi è prossima alla laurea in ingegneria, di ostacoli ne ha dovuti affrontare tanti.
Proprio all’università, ad esempio, ha riscontrato un atteggiamento a dir poco indifferente da parte di alcuni docenti: «Mi è capitato che un professore, di fronte ad una mia richiesta di delucidazioni, mi abbia risposto: “Tu non hai capito niente a lezione e quindi per studiare ti dovrai arrangiare da sola”. Oppure ad un esame: “Signorina, non riesco proprio a capirla, parli molto più piano oppure io le abbasso il voto”. Insomma, poca comprensione e poca umanità. E così a volte ho avuto bisogno di fare ripetizioni, e quasi sempre ho dovuto studiare molto più degli altri».
Lo stesso tipo di studi scelto da Sofia sembra averne ulteriormente ostacolato il percorso, facendole mancare, ad esempio, un tutor che la supportasse durante le lezioni. Pare infatti che nella sua università per chi studia nel settore umanistico di grossi problemi non ce ne siano, mentre per le materie scientifiche ben pochi si prestano a svolgere attività di tutoraggio.

Si potrebbe comunque sintetizzare in poche parole ciò che le renderebbe più facile la vita, Sofia dice semplicemente: collaborazione, informazione e sottotitoli.
Oggi sta svolgendo il Servizio Civile presso il suo Comune, e finora non ha avuto grossi problemi, ma in generale crede che nel lavoro «ci vorrebbe più collaborazione e soprattutto che le persone fossero bene informate sul fatto che la sordità potrebbe non trasformarsi in una grave disabilità, se esistessero certi accorgimenti».
Pensa, Sofia, soprattutto alla sottotitolazione, che per lei è un tema fondamentale. «Anche nella mia associazione - dice - mi batto moltissimo per la sottotitolazione in ogni ambiente ove sia possibile inserirla. Innanzitutto sui mezzi di trasporto. Ma anche nei musei, al cinema, alla televisione. E naturalmente sul lavoro. Per dirne una, penso a quando rispondo al telefono e a volte ho delle difficoltà nel capire quello che dice l’interlocutore. L’ideale, quindi, sarebbe avere un telefono dotato di sottotitoli».

È una necessità, quella della sottotitolazione, che secondo Sofia dovrebbe marciare in parallelo con un grande cambiamento culturale, perché anche lei è costretta a vivere sulla propria pelle luoghi comuni e pregiudizi, che hanno influito sulle sue stesse relazioni con le persone dell’altro sesso. «Ho instaurato rapporti di amicizia anche con ragazzi udenti - racconta - conosciuti tramite Facebook, ai quali non avevo precisato di essere sorda. Poi uno di loro, al primo incontro, mi ha chiesto come mai avessi una voce così strana, così diversa: “Ma sei italiana o straniera?” - mi ha chiesto. “Veramente devo dirti una cosa, - gli ho risposto - sono sorda, però sento”. E da lì il rapporto è cambiato, perché non riusciva a capire come mai mi trovassi in questa situazione, come potessi essere una ragazza con disabilità. Dal giorno dopo non si è fatto più sentire, senza darmi nemmeno la possibilità di spiegargli la mia storia, di fargli capire come sono io veramente. Quindi a volte le persone scappano alla prima difficoltà. C’è molta ignoranza su questo aspetto, e spesso parlano dei disabili come di “povere persone” che non possono affrontare una vita normale. Si basano insomma sui vecchi concetti del passato, senza capire che oggi le cose sono molto diverse. E questo prima o poi dovrà cambiare!».

Gennaio 2018