Come sul palco

Il percorso di crescita personale, con l’acquisizione di competenze tecniche e sociali, compiuto da un ragazzo con disabilità relazionale attraverso la musica, usata come linguaggio

Niccolò è un giovane con disabilità intellettiva e, soprattutto, relazionale, nato e cresciuto in una grande città del Nord, che fin da piccolo ha respirato gli odori, i suoni e i sapori del Salento. La madre, originaria del Sud, racconta di una tradizione familiare impregnata di musica e teatro, di artisti e artigiani, che attraverso le attività domestiche hanno trasmesso a figli e nipoti la cultura delle arti.

Niccolò stesso è un percussionista. Ha iniziato a suonare a sei anni, quando lo zio gli regalò il suo primo tamburello, organizzando in casa il concerto di un gruppo di musicisti salentini, per la sera di festa di quell’importante compleanno.
La madre ricorda perfettamente il momento in cui quel bambino con difficoltà relazionali prese il tamburello in mano e cominciò a suonare, senza che nessuno gli avesse mai insegnato nulla. «Da quando aveva tre anni - spiega Raffaella - durante le estati portavo mio figlio in giro per le sagre paesane e lui rimaneva incantato ad ascoltare i tamburellisti. Ha imparato spontaneamente, guardando i vecchi suonare, e in questo modo ha appreso una tecnica antica, che pochi usano ancora adesso, e che gli permette di esibirsi per ore e ore, senza stancarsi e soprattutto senza rovinarsi le mani. Dai sei ai quindici anni, però, non ha mai voluto prendere lezioni, perché finita l’estate tornavamo in città». «E appena arrivati - prosegue Niccolò - appendevo il tamburello al chiodo. Non potevo suonarlo a casa: è musica salentina, è quella della Notte della Taranta».

Era una pura questione di istinto: per Niccolò quella musica acquistava senso soltanto in quel contesto pugliese. Ma a quindici anni crebbe talmente forte la voglia di continuare a suonare che accettò di andare a lezione.
Nel tempo ha seguito tantissimi corsi, con musicisti professionisti che gli hanno permesso di perfezionare l’uso dello strumento e di arrivare a tenere concerti in pubblico. «Modestamente sono un artista!», afferma Niccolò. «A casa ho ancora il mio primo tamburello, ma ne ho anche altri venticinque, uno per ogni costruttore di tamburelli e per tutte le musiche, come la tammurriata calabrese o la pizzica brindisina. A seconda di quella che devo suonare, scelgo io quale tamburello usare».
«Ha una vera e propria collezione - spiega Raffaella -, anche perché per dieci anni di seguito ha chiesto un solo regalo, per il compleanno o per Natale: un tamburello. E così siamo riusciti a metterne insieme parecchi, prodotti da quasi tutti i più importanti costruttori e musicisti del Sud d’Italia. Ne ha uno per ogni filone musicale, oltre a tutti gli strumenti tradizionali di percussioni semplici».

«La particolarità della storia di Niccolò - continua ancora Raffaella - è che lui non ha imparato a suonare in un contesto, per così dire, terapeutico, di musicoterapia appunto. Ha seguito un percorso ordinario, come quello di un allievo qualsiasi, con alcune capacità innate e altre da acquisire, ma con un problema in più: quello del controllo degli impulsi, che sul palcoscenico avrebbero potuto creare dei grossi problemi. Niccolò, infatti, in situazioni emotive particolarmente forti può fare dei gestacci o dire cose inappropriate, di cui è perfettamente consapevole, ma che non riesce a frenare. E per fortuna, essendone cosciente, ha avuto la possibilità di lavorarci, riuscendo con grande fatica a conquistarsi il palco. Una cosa, infatti, era suonare in un ambiente familiare, che lui conosceva, un’altra confrontarsi ogni volta con palcoscenici diversi, come poi accade a qualsiasi musicista: trovarsi cioè di fronte ad un pubblico nuovo ogni sera, affrontare gli imprevisti che capitano normalmente a chi si esibisce dal vivo, per quanto possa essersi preparato. Questi sono gli scogli che Niccolò ha dovuto superare, e ci è riuscito proprio grazie al lavoro duro e alle sue forti motivazioni. Il maestro non gli diceva assolutamente nulla su come doveva o non doveva comportarsi ma, se durante uno spettacolo non si controllava, la volta dopo non suonava. Oppure sceglieva di farlo esibire solo in alcuni contesti, che secondo lui non avrebbero messo a rischio il concerto. È stato un lavoro lungo e difficile, perché nessuno gli ha mai regalato nulla, com’è giusto che sia in un ambito professionale. Per far parte degli spettacoli, ha dovuto quindi acquisire quella professionalità che è la sola a poter dare sicurezza a chi suona con lui. Ed è lì che ho scoperto un Niccolò estremamente tenace, serio, impegnato. È stato un lento processo di maturazione, che gli permette oggi di poter suonare con chiunque, ma che ha avuto i suoi effetti anche nella vita di tutti i giorni».

«Io dico sempre “come sul palco” - prosegue Niccolò - perché sul palco mi concentro. Se non mi controllo, invece, non mi fanno suonare più. E le cose che ho imparato lì mi sono servite».
Lo spiega bene la madre: «È questa la grande conquista del percorso fatto con la musica: l’essere riuscito a tradurre il lavoro sulle emozioni e sui suoi limiti di concentrazione e autocontrollo anche in altri ambiti della vita. Ed è una cosa bellissima, perché vuol dire creare intesa con gli altri, diventare parte di un’azione comune, mettere in gioco le capacità che ciascuno di noi ha. Ieri, ad esempio, Niccolò ha aiutato alcuni nostri amici giardinieri a trasportare un tronco, loro stavano davanti e lui dietro. È chiaro che il peso più grande e il lavoro più difficile lo facevano loro, però lui c’era e collaborava. E in quell’immagine c’è tutto il senso dell’esperienza musicale, dove ognuno dà il suo contributo, è parte di un risultato comune. Quando era piccolo, invece, di fronte ad una situazione del genere scappava, perché si confrontava con chi gli stava davanti, non si sentiva all’altezza e mollava. È un processo non facile da raggiungere: sentirsi importante per quello che si dà, facendo anche poco, ma facendolo bene e concentrato».

«Il giro di boa che stiamo compiendo adesso - conclude Raffaella, guardando al futuro - è quello di investire sulla capacità di Niccolò di trasmettere le sue competenze musicali ad altri ragazzi con disabilità intellettive e relazionali. Lui riesce a creare un legame con l’altro, un’intesa profonda, e conosce linguaggi a noi del tutto ignoti. In questo senso ha delle qualità che neanche molti insegnanti di musica possiedono. Se tu devi imparare, lui si mette a suonare insieme te ed entra in sintonia con te, con le tue capacità. E poi, avendo delle competenze tecniche, ti guida e ti porta più avanti. Si percepisce che gli altri si fidano di lui, perché riesce ad usare dei linguaggi trasversali, e non mette mai l’altra persona nella condizione di sentirsi incapace. Addirittura, se qualcuno si stanca ad usare il tamburello e lui se ne accorge, si ferma per primo, fa finta di aver male alla mano, ma è un gesto di grandissima delicatezza nei confronti dell’altro. Poiché Niccolò ha vissuto su di sé la frustrazione di non sentirsi capace, riesce a mettersi nei panni degli altri, insegnando senza giudicare».

Febbraio 2018