Le componenti dell’inclusione lavorativa

Una giovane cieca racconta il suo percorso di inserimento lavorativo, nato da uno stage promosso dall’università e proseguito grazie al suo impegno e alle sue competenze

Greta è una giovane donna con disabilità sensoriale, nata e cresciuta in una grande città del Nord Italia. Intorno ai 5 anni è stata colpita da una patologia oculare, all’inizio mal diagnosticata ed erroneamente scambiata per una congiuntivite, che l’ha progressivamente resa cieca. Grazie ad una serie di cure specifiche, che al tempo erano di carattere sperimentale, è riuscita però a conservare un residuo visivo fino ai 13 anni. Successivamente, invece, con l’età dello sviluppo ha completamente perso la vista.
Oggi vive da sola, con il suo cane guida. Si è da poco laureata e lavora, mettendo in pratica quanto appreso nel suo percorso di studi. «Ho da sempre avuto un enorme interesse per la psicologia - racconta -, tanto che intorno agli 11-12 anni ho deciso che avrei intrapreso questo mestiere. Ne ero assolutamente convinta. Quindi prima mi sono iscritta al liceo socio-psico-pedagogico e poi mi sono laureata in Psicologia, fuori corso di un paio d’anni, perché nel frattempo, e per fortuna, ho iniziato a lavorare, grazie ad un progetto attivato dalla mia stessa università».
Greta fa riferimento ad un’iniziativa volta all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, soprattutto visiva, che tra le altre cose prevedeva, per la metà dei partecipanti, uno stage di tre mesi all’interno di una realtà aziendale. Greta ha così sostenuto i colloqui ed è stata inserita in un’Agenzia per il lavoro, che si occupa principalmente di ricerca e selezione del personale.

«Mi sono presentata al primo colloquio con il mio cane guida - ricorda -, senza avvisare nessuno, forte della legge che mi permette di portarlo ovunque, ma ero ugualmente abbastanza preoccupata. Da questo punto di vista, invece, non è sorto alcun problema. L’unica cosa che mi hanno detto è di volersi prendere un po’ di tempo per assegnarmi la sede di lavoro, per far sì che ci fossero spazi adeguati alla presenza del cane. Fatto sta che alla fine, più che lo spazio, ha vinto la comodità, nel senso che sono stati molto bravi ad individuare la filiale più vicina a casa mia. Sin da subito mi hanno anche collocata in una postazione strategica a livello logistico: la scrivania di fronte alla mia tutor, in modo che avessi la possibilità di parlarci facilmente. Peraltro non hanno scelto una tutor speciale: era la stessa persona che si occupa di tutti gli stagisti. Ovviamente, però, non svolgevo le stesse mansioni degli altri. Di solito, infatti, in quell’azienda gli stagisti vengono assegnati al front office, accolgono le persone, fanno le fotocopie. Io, invece, queste cose non potevo farle, e da un certo punto di vista ciò ha rappresentato un elemento di forza: “Cosa può fare Greta?” - si domandavano -, può rispondere al telefono e dare le informazioni. E questo mi ha aiutato ad imparare, perché in pratica ho fatto autoformazione; quando non sapevo qualcosa, chiedevo alle colleghe, e intanto apprendevo. E poi: “Cos’altro può fare Greta?”, ricerca e selezione, quindi supportare chi svolgeva questo lavoro: cercare il curriculum più adatto, condurre i colloqui telefonici e successivamente assistere a quelli in presenza. E, ancora, potevo eseguire altre piccole mansioni, come l’affiancamento all’impiegata amministrativa che si occupava della redazione delle buste paga. Insomma, ogni giorno ce n’era una nuova».

Dopo i primi tre mesi, «effettivamente troppo pochi per valutare appieno una nuova risorsa, anche senza disabilità», come sottolinea la stessa Greta, l’azienda decide di rinnovarle lo stage per altri sei mesi. Ed è proprio in questo periodo che lei riesce a mostrare in pieno le proprie capacità e competenze. «Diciamo che è sempre andato tutto bene - racconta -, ma sono riuscita ad emergere un pochino di più attraverso un progetto di pura selezione per un grosso cliente, che aveva bisogno di tante risorse umane in poco tempo; per cui, in realtà, le mie colleghe si sono dovute per forza appoggiare a me e lì hanno capito che potevo essere davvero produttiva».
E così, dopo una breve pausa di un paio di mesi dalla fine dello stage, Greta viene richiamata, con la proposta di un contratto iniziale a tempo determinato di dieci mesi come recruiter (reclutatrice), alle stesse condizioni di tutte le sue colleghe. «L’unica differenza - precisa - è che io ho un part-time, ma per mia libera scelta, perché, avendo un cane guida, non riesco a immaginarlo tutti i giorni per otto ore chiuso in un ufficio, almeno non il mio cane, per l’indole che ha. E poi ho anche la casa da gestire da sola e gli spostamenti in autonomia. Quindi mi sono detta che effettivamente il part-time per me rappresentava un buon compromesso».

«In azienda - prosegue Greta - non sono la sola persona con disabilità, ma sono la prima con una disabilità grave. Quindi, attualmente, è tutto in costruzione: ogni giorno si scopre che posso fare una cosa nuova o che posso fare meglio una cosa che già facevo. Per questo mi piacerebbe molto parlare con un’altra persona cieca come me che faccia il mio stesso lavoro, per scambiare le esperienze, capire se esistano supporti tecnologici o modalità organizzative che ancora non conosco. Da un punto di vista strutturale, un accorgimento adottato dalla mia azienda è stato quello di non avermi mai cambiato di scrivania, e ciò mi ha permesso di acquisire scioltezza nei movimenti. Gli spazi, infatti, sono abbastanza grandi, e in verità è qualcosa di cui ho un po’ paura, però i colleghi cercano di avere delle accortezze al riguardo, soprattutto perché in mezzo al corridoio, nel tragitto per andare in bagno, c’è una bella rampa di scale che porta al piano inferiore, e quindi bisogna fare parecchia attenzione. Di sotto abbiamo la sala colloqui: se è necessario ci vado, ma, se c’è una saletta libera al pianterreno, tendenzialmente rimango lì».

E poi c’è il rapporto con gli aspiranti lavoratori da selezionare. «Quando un candidato viene in filiale per un colloquio e chiede di me - spiega Greta -, la collega al front office gli chiede innanzitutto se ha paura dei cani, perché ovviamente non posso creare situazioni di potenziale disagio. Se è necessario, quindi, mi sposto nella sala dei colloqui senza il mio cane guida. Durante la selezione, nella mia azienda usiamo tre criteri di valutazione: l’aspetto fisico, l’affidabilità e l’esperienza. Ovviamente, io non posso adottare il primo criterio in autonomia, per cui generalmente o porto con me uno stagista, che nel frattempo impara il lavoro, oppure mi faccio descrivere bene il candidato dalla collega che lo ha accolto. In questi casi chiedo un racconto il più oggettivo possibile su com’è fisicamente la persona, com’è vestita, come si presenta. Di solito, il colloquio lo conduco io, ma a volte, a scopo formativo, passo la palla allo stagista che è con me, limitandomi a supportarlo nella conduzione. In questo modo prendo due piccioni con una fava: seleziono il potenziale lavoratore per un cliente e formo una nuova risorsa umana per la mia azienda. L’unico inconveniente è che alcuni candidati tendono a sottovalutare la mia figura. Basta il solo fatto che ci sia con me un’altra persona perché questa venga considerata più affidabile, anche se sono stata io a convocare il candidato e a condurre il colloquio. E credo che questo meccanismo sia legato soprattutto alla disabilità. Comunque sia, io non mi scompongo. Non dico nulla, ma ogni volta che quella persona chiama e chiede della mia collega le passano me, perché sono io la sua referente e conosco la sua situazione. Per cui ad un certo punto le persone capiscono, il lavoro viene fatto lo stesso e tutto finisce bene».

Settembre 2018