Quanto sono cresciuta in quell’istituto!

Dieci anni vissuti da sola in un’altra città hanno permesso ad una donna cieca di acquistare autonomia e indipendenza

Sono Patrizia, cieca dalla nascita, ed ero diventata da poco maggiorenne quando sono partita da Torino per andare a frequentare un corso di massofisioterapia a Firenze, in un grande istituto per ciechi.
In Toscana ho vissuto per dieci anni da sola ed è stato un periodo della mia vita molto importante, per tagliare il cordone ombelicale con i miei genitori, che credo sia molto più forte quando c’è una figlia con disabilità.

All’inizio non è stato facile trovarsi a diciannove anni da sola in una città che non conoscevo, accompagnata in quel convitto dai miei, che se ne sono andati dopo aver trascorso il primo giorno con me. Ero sempre stata a casa, aiutata dalla famiglia, e d’improvviso sono stata catapultata in mezzo a tante altre persone non vedenti, in un grande palazzo di inizio ’900, dai lunghi corridoi e dagli alti soffitti, con stanze da quattro o da sei letti e il bagno in comune. E c’erano anche delle regole da rispettare, non sempre piacevoli: potevi uscire, ad esempio, solo fino a mezzanotte, che il sabato diventavano le due.
Dopo le prime settimane di ambientamento, però, ho iniziato a rendermi conto che tutto ciò avrebbe potuto essermi molto utile, soprattutto per capire meglio chi ero veramente e cosa volevo fare della mia vita. E alla fine quegli anni mi hanno realmente insegnato ad essere normale, o meglio a fare tante cose come gli altri. Io, infatti, mi accendo la televisione da sola, mangio con le posate, mi faccio la doccia da sola, e quando ho tempo mi trucco anche. Per questo, tornata a Torino, mi sono detta più volte: «Patrizia, però, i tuoi hanno fatto proprio un bel lavoro!».

Se inizi un percorso in una situazione del tutto nuova, come è capitato a me, devi fare affidamento solo su te stessa. Prima, quando mia madre o mio padre mi davano una mano, mi affidavo anche troppo al loro sostegno. Ma poi, quando ti trovi da sola, senza nessuno su cui contare, non puoi più adagiarti e forse solo allora diventi consapevole di possedere anche il senso dell’udito e di provare tante paure mai conosciute prima. Quel che è certo, però, e che cresci e ancora cresci!
Quando sono tornata nella mia città, ho voluto certamente mantenere il rapporto con i miei genitori, ma quello che avevo imparato a Firenze: l’autonomia, l’indipendenza, erano diventati punti fermi della mia vita, in tutti gli obiettivi che mi sarei posta da quel momento in poi.

Le mie difficoltà non le nego mai: avere una disabilità visiva, ovviamente, comporta dei limiti oggettivi. Ormai, però, i miei limiti li conosco, ci convivo e so sempre fino a che punto posso arrivare. Credo invece che la barriera più difficile da buttare giù, anche se siamo nel 2018, sia ancora una certa cecità mentale, che viene posta di fronte alle persone che non ci vedono, continuando ad ignorarne le tante potenzialità.
Chiaramente è un atteggiamento che in genere hanno le persone vedenti, ma qualche volta, purtroppo, l’ho dovuto riscontrare anche in chi ha la mia stessa limitazione. Arrivo quindi a dire che per certe persone con problematiche visive la vista è forse l’ultimo dei problemi! Voglio dire, insomma, che vivendo la stessa situazione bisognerebbe cercare di venirsi incontro, capirsi di più e magari unire le forze. Mi capita invece di trovare proprio il contrario, anche se per fortuna non succede così spesso.
Semmai posso dire che quella forma di cecità mentale l’ho riscontrata molto meno a Firenze che a Torino, pur tenendo presente che da allora sono ormai passati un bel po’ di anni. Chissà, forse lì erano più abituati a vedere persone con il bastone in giro per la città e ad avere più attenzione per loro. La mia città invece è più frenetica, si corre sempre. E in ogni caso sono ben consapevole che in tutte le città c’è ancora molto da fare, per informare e sensibilizzare sulla disabilità.

A proposito poi del bastone bianco, quello sì che ancora oggi mi causa una specie di blocco psicologico! Certo, insieme all’ombrello, lo tengo sempre nella mia borsa tipo quella di Mary Poppins, ma quanto vorrei che fosse trasparente! Anche perché qualche volta mi succede di tirare qualche botta sulle gambe di chi non si sposta, sentendomi rimproverare: «Ma che, non ci vede?». E allora è bello rispondere: «Cosa crede che sia questo? Una terza gamba?».
Comunque il corso di addestramento l’ho fatto, il bastone so usarlo bene e non ho certo timore di dire che qualche volta mi serve anche come strumento di autodifesa!

Marzo 2018