Usare la propria esperienza per trovare nuove soluzioni

Un giovane studente con disabilità visiva ragiona sulla mancanza di supporti per lo studio delle materie scientifiche e descrive il suo lavoro di ideazione e sperimentazione di nuovi ausili

Il mio nome è Giorgio e sono uno studente di Ingegneria, con un’ipovisione congenita. Nel mio percorso universitario mi sto dedicando, sul campo, all’invenzione e alla produzione di ausili per la creazione di immagini tattili.
Non so se esistano riscontri dal punto di vista statistico, ma secondo me, a livello intuitivo, c’è ancora un forte divario tra persone con e senza disabilità nella scelta dei percorsi di studio scientifici. Qualche studente con limitazione visiva decide magari di iscriversi al liceo scientifico e, per dritto o per rovescio, riesce anche a diplomarsi. Ma di sicuro nessun cieco si laurea in materie scientifiche, perché non esiste ancora un metodo efficace per gestire le parti sperimentali, ad esempio gli schemi, i circuiti elettrici, i diagrammi di flusso, insomma tutta quella parte cognitiva che viene regolata mediante la vista e la grafica. Ed è proprio su questo aspetto che sto lavorando. Da poco ho messo a punto il prototipo di una sorta di lavagnetta che permette di operare sui circuiti elettrici.
Una cosa importante da sapere, infatti, è che esistono dei modi per rappresentare le immagini o i grafici in formati accessibili ad una persona con disabilità visiva; il problema, però, è che non c’è ancora un sistema per elaborarli. Se devo capire, ad esempio, com’è fatto un circuito, tu che vedi me lo disegni al computer, lo stampiamo su fogli a microcapsule, lo mettiamo nel fornetto e otteniamo il formato tattile. Se infatti la carta a microcapsule viene sottoposta ad una luce alogena, come avviene nel fornetto, scoppietta laddove è impresso l’inchiostro, e quindi tutto quello che è stampato in nero compare in rilievo. È una cosa banale, ma mi permette di toccare un’immagine, che diversamente non potrei vedere. Il problema è che questo metodo serve per un apprendimento definitivo, ma non è sufficiente a veicolare processi cognitivi logici. Posso studiare, ad esempio, la forma di un circuito, ma come faccio a capire cosa succede se tolgo un generatore, se metto in corto una resistenza? E poiché l’apprendimento scientifico passa da questi processi, dallo sporcarsi le mani con la materia e dalle connessioni logiche che si creano nei vari tentativi, ad oggi questo apprendimento è ancora precluso alle persone con disabilità visiva.

Io sto lavorando proprio in questa direzione, anche perché adesso ci sono le tecnologie che me lo consentono: ci sono le macchine a taglio laser, le stampanti 3D, che permettono la prototipizzazione facile, cioè veloce e soprattutto economica. Quindi attraverso queste tecnologie sto cercando, con l’aiuto anche di alcuni designer, di sviluppare la mia idea progettuale, e di farlo in modo che funzioni non solo per i circuiti elettrici, ma nella maniera più generale possibile, per i diagrammi di flusso, i diagrammi a torta, gli istogrammi, le mappe concettuali e altro ancora.
Prendiamo ad esempio proprio le mappe concettuali: mi piacerebbe sapere come le persone non vedenti preparano gli esami universitari. Credo che la maggior parte di loro lo faccia ricordando tutto a memoria oppure prendendo appunti, ma in maniera lineare, testualmente. Sono convinto che nessuno faccia ricorso alle mappe concettuali. Da quando le ho scoperte, mi sono detto: «Cavolo, chi non vede si perde un mondo!», perché effettivamente ti aprono tante possibilità, ti permettono di ragionare usando una logica laterale, quella che crea connessioni. Io le uso molto anche quando devo fare discorsi in pubblico, perché hai il colpo d’occhio a memoria, hai praticamente l’intervento di un’ora sul palmo di una mano.
Oggi, il fatto che un non vedente non possa elaborare da solo una mappa concettuale viene parzialmente risolto dalla buona volontà degli insegnanti, degli educatori, che impiegano materiali adatti oppure forniscono disegni tattili, spiegando verbalmente i vari passaggi logici. Però in ambito tecnologico la spiegazione verbale è proprio da evitare, perché rischia di creare false immagini. Ci sono infatti dei concetti che non possono essere veicolati con le parole. Nel mio caso, a differenza che per una persona cieca, mi aiuta il residuo visivo: gli schemi elettrici li disegno sul tablet, i grafici matematici li ingrandisco, cambio i colori, li proietto su uno schermo di 24 pollici, quindi riesco a vederli. L’idea della lavagnetta, però, mi è nata quando dovevo preparare l’esame di elettrotecnica, perché, d’accordo, disegnavo, ma mi pesava molto. Quando la quantità di materiale da analizzare aumenta, la fatica oculare e fisica raddoppia, e quindi mi sono detto: «Devo trovare un metodo diverso dalla vista». E infatti, quando uso la mia lavagnetta per studiare i circuiti, imparo meglio, ricordo di più, perché posso toccare quello che faccio.

D’altra parte io vengo da una famiglia di inventori. È stato mio padre a trasmettermi questa indole. Oggi verrebbe definito un maker, quelli che creano cose, che si dedicano al bricolage. A casa mia abbiamo sempre avuto in garage il banco da lavoro, le saldatrici, i martelli, i cacciaviti, le seghe, il legno, qualsiasi cosa. Avevo gli strumenti attorno, stavo accanto a lui mentre lavorava, mi diceva «Vieni qui, mi reggi il listello?» e io imparavo che quel listello andava tagliato, sono tutte cose che acquisisci da piccolo. Insomma, non sono mai stato in una stanza vuota senza fare niente.
Il primo ausilio che ho progettato assieme a mio padre è stato il ribassino per il leggio del pianoforte, perché il pianoforte verticale che mi avevano comprato aveva il leggio troppo alto e, siccome da piccolo ero piuttosto basso, non riuscivo a vedere lo spartito. Alla fine il progetto del ribassino l’ho disegnato io, perché mio padre è di fondo un geometra, ha un approccio tecnico, un po’ inquadrato, mentre io sono un po’ più creativo. E quindi assieme abbiamo costruito questo ausilio ed è venuto bellissimo. Un’altra volta abbiamo tentato di creare un pezzo per la dattilobraille, ma non ci siamo riusciti da soli, perché lì ci volevano competenze più avanzate. C’è riuscito invece mio zio che lavora in una multinazionale di meccanica. Alla fine il mio background è questo.

Settembre 2018