Non perdiamo il diritto di essere differenti

La discriminazione multipla spiegata in tutte le sue implicazioni da un uomo cieco omosessuale

Cosa significa essere un omosessuale con disabilità? Vuol dire essere discriminati due volte, in quanto gay e in quanto persona con disabilità. Nel mondo eterosessuale, infatti, mi sono sempre sentito tagliato fuori essendo gay e nel mondo gay mi sono sempre sentito discriminato in quanto disabile.

La mia limitazione visiva è subentrata nel pieno della maturità, accompagnata dalla paura, e successivamente dalla conferma, di essere escluso dalla comunità omosessuale. Infatti, per quanto si possa pensare che i gay siano di mentalità aperta, la mia esperienza in realtà fa pensare che esista una forte selezione all’ingresso anche all’interno del mondo omosessuale.
Se è vero che tra gli eterosessuali è sin troppo diffuso lo stereotipo che il gay debba essere molto effeminato, che porti i capelli colorati e vesta rosa shocking, è altrettanto vero che tra i gay prevale lo stereotipo della perfezione, dell’estetica, della prestanza fisica. Per cui la mia diversità, come cieco, è stata da subito discriminata nel mondo gay. E questo è peggio di qualsiasi malattia o condizione.
Soprattutto all’inizio ho fatto vari tentativi di avvicinarmi alle associazioni LGBT, che sta per lesbiche, gay, bisessuali e transessuali, così da portare al loro interno la mia esperienza e il mio contributo, ma non hanno avuto esiti positivi. Purtroppo certi stereotipi esistono e sono radicati.
Poi può certo capitare di incontrare persone che ragionano in modo diverso, ma è proprio da queste stesse che mi sono sentito dire: «Tu puoi frequentare tranquillamente le associazioni, ma non ti aspettare grandi cose da loro». A quanto pare, le organizzazioni guardano all’interesse della maggioranza, non della minoranza, e quindi noi omosessuali con disabilità che siamo una minoranza della minoranza restiamo tagliati fuori. È stata perfino messa in discussione la nostra presenza all’interno della parata del Gay Pride, perché non saremmo un bel vedere all’occhio di chi guarda.

Nemmeno sull’altro fronte, però, le cose vanno a meraviglia. Non sono affatto poche, infatti, le associazioni di persone con disabilità che si rifiutano di affrontare il tema dell’omosessualità tra i propri aderenti.
In varie occasioni ho provato a contattare associazioni di persone con disabilità o gruppi fondati da omosessuali con disabilità, sia visiva che uditiva o motoria. E tuttavia ho incontrato un muro, un atteggiamento di chiusura. Non ho trovato un grande interesse a fare squadra. Sembra che ognuno debba pensare a sé, non c’è affatto collaborazione.
A quel punto mi sono detto: «Qualcuno si deve pur buttare e, visto che tutti si aspettano che lo faccia qualcun altro, lo farà io, ci metterò io la faccia!». E per me è stato un passo importante, anche perché prima di allora non mi ero mai dichiarato omosessuale nel mondo dei ciechi, tanto che avevano finito per attribuirmi delle storie con donne. Si può quindi dire che abbia gettato io la prima pietra: in fondo non avevo niente da perdere, anzi probabilmente mi dispiace di non averlo fatto prima.

Ma a cosa può servire un gruppo di omosessuali con disabilità? Innanzitutto ad includere e a far sì che i componenti di quel gruppo non si sentano più soli ed emarginati. È importante che sappiano che qualcun altro vive una situazione simile alla loro, che non si vergognino o fingano un orientamento sessuale diverso dal proprio. Ma soprattutto che non vengano discriminati anche dalla comunità dei ciechi, perché il pregiudizio c’è, è inutile nasconderselo. Io stesso ho dovuto sentire commenti molto pesanti sulle persone omosessuali, arrivando a chiedermi: «Ma com’è possibile che una persona con disabilità, che sperimenta già la discriminazione su di sé, possa a sua volta discriminare un cieco gay solo perché non vive una sessualità come la sua?».

Il mio obiettivo, con questo gruppo, è dare agli omosessuali con disabilità l’opportunità di parlare di se stessi, di uscire dal proprio guscio, di rafforzare l’autostima e vivere la propria vita, perché ce n’è una sola. E se non la vivi adesso, non la vivi più.
Per questo è anche molto importante prestare attenzione agli strumenti di comunicazione che si mettono in campo, usando bene soprattutto le tecnologie, vecchie e nuove, per raggiungere più persone possibili e garantire la privacy a chi la desidera. Volendo quindi includere tutti, bisogna adoperare diversi canali: dal vecchio telefono alla posta elettronica, fino ai moderni strumenti informatici, guardando a chi usa il computer e lo smartphone, ma anche a chi non ha la connessione internet, alla persona anziana, a chi vive in un piccolo centro di provincia o sulle montagne.
In questo modo tutti possono dare il proprio contributo, sia chi fa una vita alla luce del sole, sia chi non ha mai trovato il coraggio di relazionarsi con persone del proprio sesso. E tutti possono imparare dalle esperienze degli altri, in una sorta di auto-mutuo-aiuto il cui obiettivo finale è quello di uscire dal proprio ghetto. Smettendo insomma di vivere i propri problemi in modo isolato, come se fossero questioni individuali anziché sociali, perché quando perdiamo il diritto di essere differenti perdiamo anche il privilegio di essere liberi!

Gennaio 2018