Il giusto lavoro per ogni persona

Un uomo cieco parla dell’adattamento del posto di lavoro, non solo come lavoratore, ma come socio di una cooperativa impegnata in attività di mediazione al lavoro

Sono Stefano, disabile della vista. Soffro di una patologia genetica progressiva. Quando ero giovane un po’ ci vedevo, ma adesso che ho più di cinquant’anni sono quasi completamente cieco.
Da piccolo frequentavo le scuole pubbliche della mia città con tutti gli altri bambini, senza rendermi minimamente conto di essere ipovedente. Questa cosa è abbastanza curiosa, ma è andata proprio così, grazie all’intuizione e all’intelligenza del mio maestro, che leggeva quello che scriveva col gesso alla lavagna o chiedeva di farlo ai miei compagni di classe. In pratica adottava delle metodologie didattiche che per l’epoca erano all’avanguardia: invitava gli altri a collaborare, senza specificare che bisognava farlo per me, perché non ci vedevo; lo si faceva e basta. E infatti io ho capito di avere un problema alla vista solo dopo, in seconda media, quando i miei genitori, forse informati della progressività della mia malattia, hanno deciso di mandarmi in istituto.

Dopo l’università, ho lavorato per alcuni anni come centralinista, poi mi sono iscritto ad un corso per programmatori non vedenti, e grazie a questa formazione sono stato assunto nel settore dell’informatica. Mi sono quindi trasferito dal Sud ad una città del Nord, dove ho trovato un’occupazione nell’ambito della cooperazione.
Eravamo un gruppo di programmatori entusiasti, che facevano formazione e accompagnamento al posto di lavoro, agendo sul binomio informatica e disabilità. All’interno di quella cooperativa ho fatto un po’ di tutto: programmatore, coordinatore dello sviluppo e alla fine ne sono diventato anche presidente.
Col passare del tempo, le mie condizioni visive si sono aggravate, ma nella cooperativa non ho avuto alcun problema di adattamento del posto di lavoro. Ero dotato infatti di ingranditore, di display Braille e di tutto quello che via via mi serviva. In quegli anni, anzi, occupandomi anche di inserimento al lavoro di chi veniva formato attraverso i nostri corsi, ho potuto approcciarmi al tema dell’adattamento del posto di lavoro da un punto di vista attivo, non solo quindi come destinatario, ma svolgendo attività di mediazione con le aziende che assumevano persone con disabilità.

Il mio lavoro di mediazione consisteva nello spiegare, prima dell’assunzione, tutto quello che era necessario fare affinché una persona potesse essere produttiva. Convincevo cioè i responsabili del personale che, adattando il posto di lavoro, e quindi fornendo gli opportuni strumenti tecnologici e organizzativi, era possibile che anche una persona con disabilità fornisse il proprio contributo. E funzionava.
Esiste ormai da tanti anni una legge sul collocamento mirato che deve essere applicata, a meno di non voler incorrere in sanzioni, e quindi spiegavo alle aziende come agire affinché il lavoratore fosse messo nella condizione di dare quanto effettivamente poteva dare, a seconda delle proprie capacità e possibilità. Questo richiedeva un piccolo investimento iniziale, ma è nulla, se paragonato al costo complessivo del personale e dell’organizzazione aziendale.

Accanto al lavoro sul campo, organizzavamo anche convegni rivolti ai responsabili delle risorse umane in azienda, per far capire che non esistono adattamenti validi per tutti, ma che un adattamento è tale solo se è appropriato, ossia specifico per quel lavoratore, e quindi diverso da persona a persona.
Credo fortemente che la mediazione umana tra chi assume e chi è assunto rappresenti la chiave di volta del collocamento mirato, perché c’è bisogno di spiegare alle aziende quali sono le esigenze e quali le potenzialità di un lavoratore con disabilità.
Resta sempre il problema di stabilire chi dovrebbe svolgere questa attività di coaching. Secondo me, dovrebbe essere una responsabilità di chi realizza la formazione, poiché opera strettamente con la persona, ne scopre limiti e risorse e può quindi fornire un supporto competente. E invece uno dei problemi in Italia sta proprio nel fatto che alla fine nessuno fa coaching al lavoro. Non lo fa la scuola, non lo fa l’università. E non lo fanno neanche i servizi per l’impiego, perché non funzionano e non c’è competenza da parte degli operatori.
A questo proposito posso raccontare un aneddoto calzante, di quella volta in cui al Centro per l’impiego ho dichiarato di essere non vedente e la persona che stava allo sportello, che sembrava anche preparata, mi ha chiesto: «Guida la macchina?». Da non credere! Gli ho risposto: «Beh, forse sarà meglio di no, che ne pensa?».

In questo modo, il sistema di collocamento in Italia finisce per essere, un po’ per tutti, una sorta di anagrafe del disoccupato, figuriamoci, quindi, per una persona con disabilità! Ci si trova di fronte a semplici impiegati che registrano dati e stampano certificati, e sono le figure che dovrebbero aiutare le persone a trovare lavoro.
Adesso come adesso mi rendo conto che ognuno va per conto suo, con i suoi mezzi, e questo potrebbe anche andar bene per una persona che sa di cosa ha bisogno. Ma un ragazzo che esce dalla scuola, cosa ne sa degli adattamenti al posto di lavoro di cui avrà necessità? Non sa neanche cosa andrà a fare o se troverà lavoro. Allora è fondamentale che ci sia qualcuno, un coach, un mediatore che, conoscendo le esigenze, le potenzialità di quel ragazzo e gli adattamenti possibili, vada a parlare con le aziende per spiegare quello che può fare e quello che non può fare.
Ciò che serve è un adattamento sia dei mezzi che della mentalità, serve la comprensione di quali siano i problemi e le possibilità. Un po’ quello che facevo io con il mio lavoro, finché è durato.

Ottobre 2017