Due persone cieche in viaggio per il mondo

Le avventure di una coppia di persone cieche, che amano viaggiare e organizzare gli itinerari in autonomia, per cogliere le sensazioni che offre il contatto con popoli, storie e culture differenti

Giada è una giovane donna che lavora, è sposata, vive in una grande città del Nord, ama lo sport e soprattutto adora viaggiare, una passione che condivide con il suo compagno di vita.
«Innanzitutto, come tipologia, a noi piace il viaggio a contatto con la popolazione, immergerci nella storia e nella cultura del posto che visitiamo. Anche se siamo entrambi ciechi, non scegliamo viaggi organizzati, almeno finora non è mai capitato. Preferiamo muoverci il più possibile da soli, e una delle parti che ci piace di più del viaggio è proprio quella dell’organizzazione».

«Di solito cosa faccio? - racconta - Dopo avere deciso la meta, cerco su internet tutte le informazioni possibili sulla destinazione scelta, e mi creo già un itinerario. A volte mi imbatto in siti non accessibili, ma fortunatamente accade sempre di meno. Il passaggio successivo è capire come arrivare. Di questa parte, che riguarda i biglietti degli aerei, dei treni o delle navi, si occupa mio marito, che li fa tranquillamente online. Io mi studio invece cosa visitare. E, purtroppo, non potendo seguire la modalità “zaino in spalla e andare”, anche perché non dappertutto si può fare così, cerco un’agenzia che possa aiutarci. In realtà vado un po’ a tentativi, ossia tiro giù da internet un elenco di indirizzi di agenzie, che a istinto mi sembrano quelle più inerenti ai nostri desideri, e provo a chiamarle. Prima fornisco alcune informazioni di massima sul viaggio che vorremmo intraprendere e poi li informo che siamo due persone non vedenti. Da qui già capisco cosa mi devo aspettare. Se iniziano a fare un po’ di giri di parole, a dire “Sì, le manderemo un preventivo”, stai sicura che non li sentirai mai più. Sono le classiche persone che non domandano nulla, fanno finta che tutto vada bene, ti chiedono l’indirizzo e-mail per scriverti, e poi il preventivo non ti arriverà mai. Se invece ti fanno qualche domanda, allora ci sono buone possibilità, perché vuol dire che hanno la sensibilità di voler capire e di mettersi di gioco, e quindi già questo lo apprezzo molto. Diciamo che la parte più difficile è proprio quella di riuscire a trovare l’agenzia giusta e di conseguenza personale preparato e disponibile. Quando viaggiamo non abbiamo particolari esigenze, ma quello che mi interessa è avere una guida che non si faccia problemi nell’accompagnarci per la strada, semplicemente questo».

Giada e il marito hanno girato molto, hanno visitato tanti Paesi del mondo, ma il viaggio rimasto nel loro cuore più degli altri è stato quello in Cambogia. «Pensavo fosse il più difficile da organizzare e invece è stato il più bello. Di norma cerco sempre agenzie locali, quelle del posto in cui vorrei andare. E quando ho chiamato una di queste, con sede in Vietnam, e ho detto che eravamo non vedenti, è stato bellissimo. La persona con cui stavo parlando al telefono ha iniziato ad emettere tutti quei suoni melodici che usano loro di solito, fatti di “ohm”: sembrava quasi una canzone. E intanto, secondo me, stava pensando: “In che guaio mi sono cacciata!”. Invece mi ha detto: “Ci provo, provo a contattare le guide locali, a chiedere la loro disponibilità”. Non è stato facile, perché, soprattutto in una zona dell’itinerario, non riusciva a trovare una guida cambogiana disposta ad accompagnarci. Le dicevano tutti di no per via della nostra cecità: non se la sentivano. Alla fine ha ricevuto la risposta positiva di un ragazzo, che poi, in modo molto schietto, quasi brutale, ci ha rivelato: “All’inizio ero spaventato, sinceramente ho accettato perché ho bisogno di soldi, e invece adesso mi trovo benissimo con voi, mi sto divertendo tanto”. Insomma, nonostante il timore iniziale, ha avuto l’incoscienza di accettare, di non chiudersi, ed è andata molto bene».

«Certo - prosegue Giada - qualcuno potrebbe chiedermi: “Ma che cavolo ci vai a fare in quei posti se non ci vedi?”. In Cambogia, ad esempio, siamo andati anche ad Angkor, la zona dei templi: architetture talmente immense di cui non si può avere la percezione senza la vista, perché al massimo ne tocchi un pezzettino. E non è neanche detto che la guida sia in grado di spiegartele bene. Però questo è un rischio che mettiamo in conto quando viaggiamo, lo sappiamo che può succedere e non fa niente, fa parte del viaggio. Per questo cerchiamo sempre guide locali, perché perlomeno entriamo in contatto con le persone del posto, e quindi qualcosa ce la portiamo comunque a casa. Poi cerchiamo sempre di dialogare molto, di far capire ciò di cui abbiamo bisogno. Per esempio abbiamo scovato questo sistema dei souvenir, che rappresentano sempre delle miniature dei monumenti più importanti di un luogo; allora chiediamo alla guida di portarci in uno dei negozi che li vendono, in modo che noi possiamo toccare la riproduzione. E questo aiuta molto gli accompagnatori, si esaltano, capiscono il tuo bisogno di toccare le cose e alla fine non abbiamo mai trovato guide che non ci trasmettessero qualcosa».

Qualche disavventura, però, c’è stata. «Racconto sempre di quella volta che stavamo andando in Australia, con uno scalo di dieci ore a Hong Kong. Ci siamo detti: “Caspita, che ci facciamo da soli in aeroporto tutte quelle ore?”. E così ci siamo informati e abbiamo capito che era fattibile raggiungere il centro con la metropolitana. Ci siamo avventurati da soli e in qualche modo siamo riusciti ad arrivare, ma non contenti siamo voluti andare oltre. Sapevamo che a Hong Kong c’era una collina famosa, da cui si poteva godere di una vista panoramica e, pur essendo ciechi, non ci volevamo perdere una delle attrazioni più importanti del posto, non potevamo proprio farcela mancare! Quindi abbiamo deciso di prendere un taxi, ma non sapevamo esattamente come funzionassero lì e così sono iniziati i problemi. L’autista non conosceva una parola di inglese, gli abbiamo fatto vedere dove volevamo andare, però non eravamo sicuri che avesse capito. Ha iniziato a guidare come un matto, malissimo e velocissimo, ce la siamo vista veramente brutta, ho avuto paura. È stata una delle poche volte in cui ho veramente avuto paura, perché ci eravamo fidati di quella persona, arrivando però a dubitare, ad un certo punto, di essere saliti su un vero taxi. Poi, alla fine, si è risolto tutto per il meglio, perché eravamo effettivamente su un taxi e l’autista, nonostante la lingua, aveva capito dove volevamo andare. Ci ha portati nel posto giusto, non ci siamo persi l’attrazione principale di Hong Kong e siamo riusciti anche a tornare indietro per prendere in tempo il nostro aereo!».

Luglio 2018