Bisognerebbe investire in civiltà

Una donna ipovedente illustra i tanti ostacoli alla mobilità che si incontrano in una grande città, dove i trasporti pubblici sono spesso inaccessibili, a differenza di altri Paesi europei

Bene in aereo e in nave, molto male con i mezzi urbani di una grande città italiana: è questa l’esperienza di Giorgia, giovane donna divenuta ipovedente quando era bambina, che valuta l’accessibilità sempre da vari punti di vista, pensando anche ad altri tipi di disabilità e non solo alla sua condizione personale.
Giorgia, tra l’altro, ha già viaggiato molto e ha potuto notare che in altri Paesi europei, a differenza che nel nostro, sono sempre disponibili mezzi pubblici che “parlano”, ossia esistono tutti quei sistemi vocali necessari a renderle agevoli gli spostamenti.
Il suo grado di invalidità non le dà diritto all’accompagnamento e quindi deve sempre cavarsela da sola. Questo le ha creato parecchi problemi, quando ha iniziato a frequentare l’università, e continua a crearglieli ora, quando esce di casa per sbrigare commissioni di vario genere.

I corsi di riabilitazione che Giorgia ha frequentato sin da ragazzina sono abbastanza diversi da quelli dedicati alle persone non vedenti. Vi si insegna, infatti, a sfruttare il residuo visivo, con una serie di esercizi utili a sviluppare la vista laterale. La sua condizione comporta, però, anche degli svantaggi, come quelli legati ad ambienti con luci intense, che possono procurarle parecchio fastidio, così come passare repentinamente da un luogo soleggiato ad uno più buio, cosa che le rende impossibile qualsiasi visione. Ciò che invece le servirebbe, per muoversi con facilità, sarebbero percorsi tattili, frecce a terra che suonano, scritte più grandi, semafori e messaggi vocali, sia nei mezzi pubblici che alle fermate degli autobus o della metropolitana.
«Oggi - racconta - posso andare all’università a occhi chiusi, perché ho imparato il percorso con alcuni punti di riferimento. Ma, se in quel percorso cambia qualcosa o se devo andare in posti nuovi, mi ritrovo smarrita come le prime volte».

Sono avventure talora tragicomiche quelle che capitano a Giorgia, in una città dove mancano anche adeguati punti informativi, tanto che spesso sono le stesse persone senza disabilità a smarrirsi nei vari percorsi.
Le è successo, ad esempio, di prendere autobus a caso, sperando di riuscire ad orizzontarsi con il navigatore del suo smartphone, o anche di scendere da un vagone della metropolitana privo di messaggi vocali, per aspettarne uno dei pochi che ne sono forniti.
«Ma perché - si chiede - per i mezzi di trasporto pubblici devo usare la app del mio smartphone, quando invece dovrebbero essere le istituzioni a fornire mezzi accessibili? Non mi sembra, tra l’altro, che vi siano delle buone app sviluppate dalle società pubbliche dei trasporti, almeno io non ne conosco».

Nelle grandi città di altri Paesi, Giorgia ha incontrato per la strada tante persone con disabilità visiva, ma anche con disabilità motoria, col bastone o in carrozzina. Persone che vivono e si muovono normalmente, all’interno della propria comunità. In Italia invece ritiene che ciò non avvenga allo stesso modo e che la prima causa sia proprio quella legata alla mancanza di un’adeguata accessibilità. In questo caso non parla solo di percorsi tattili o di messaggi vocali, ma anche di rampe e scivoli, perché pure lei incontra notevoli difficoltà a fare le scale e non si trova certo bene di fronte ai tanti gradini che portano ai treni della metropolitana.
Con la sua limitazione visiva non ha riscontato, invece, alcun problema né con i viaggi in nave, né con gli spostamenti aerei, pur essendo consapevole che le sue necessità sono ben diverse, ad esempio, da quelle di una persona che si muove in carrozzina. È proprio la città, dunque, a rivelarsi come l’ambiente più ostile.

«Accessibilità e informazioni chiare - riassume Giorgia - ecco cosa mi servirebbe. E la mia insoddisfazione cresce ancor di più, se penso che grazie alle attuali tecnologie sono riuscita a completare nel migliore dei modi il mio percorso di studi. L’ho fatto ovviamente con i miei tempi, e utilizzando gli strumenti necessari messi a disposizione dalla mia facoltà, ma l’ho fatto senza problemi. Non servirebbero, quindi, grandi sforzi, per far sì che la mia mobilità non diventasse spesso una specie di “gioco dell’oca”, in cui rischiare più di una volta di tornare alla casella di partenza. Sarebbe semplicemente un investimento in civiltà».

Ottobre 2017