Lei legge e vuole venire al lavoro con un cane guida?

Tra le tante forme di ipovisione ci sono anche quelle che richiedono l’accompagnamento di un cane guida, ma ciò non è sempre bene accetto sul luogo di lavoro

«Ci sono forme di retinite pigmentosa come la mia - spiega Annalisa - che colpiscono la parte laterale del campo visivo, ma ti preservano, almeno per i primi tempi, quella centrale. Quindi succede che riesci ancora a leggere, ma mentre ti muovi non vedi più niente, perché tutta la parte danneggiata non trasmette più le informazioni giuste al cervello. Per le persone che ti stanno vicino, però, è molto difficile capire il tuo problema, proprio perché continui a mantenere la capacità di lettura. A volte, quindi, sembra quasi di non essere sinceri o di prenderle in giro».

I primi sintomi della malattia compaiono quando Annalisa ha circa diciassette anni e due anni dopo viene assunta come ipovedente in una grande azienda impegnata nel settore dell’energia, che si dimostra sempre molto attenta all’inserimento dei propri lavoratori, compresi quelli con disabilità.
«All’inizio - racconta - me la sono cavata abbastanza bene. Avevo forse qualche difficoltà ad usare penne o matite che risaltavano poco sul foglio, o ad adoperare il computer come tutti gli altri, ma se impostavo lo sfondo nero e le parole bianche non avevo più alcun problema a leggere. Magari lo facevo più lentamente degli altri, ma sbrigavo il mio lavoro nel miglior modo possibile».

Dopo qualche anno, però, quando la parte esterna del campo visivo inizia a peggiorare, tutto cambia: «Ho perso abbastanza rapidamente la capacità di vedere la profondità - ricorda Annalisa - e quindi non distinguevo più i gradini, i marciapiedi e tanti altri ostacoli, soprattutto quando non c’erano dei colori contrastanti di sfondo. Fortunatamente ho trovato i giusti supporti iscrivendomi ad una grande associazione di persone con disabilità visiva, che capiva le mie difficoltà e che, tra l’altro, si stava impegnando per far inserire tra i parametri di cecità anche i problemi del campo visivo, non ancora tutelati dalla legge. A quel tempo, infatti, non avrei avuto diritto neanche ad un cane guida, ma alla fine, sempre grazie al supporto dell’associazione, sono riuscita ad ottenerne l’assegnazione da parte dell’Azienda Sanitaria Locale». Quando però Annalisa lo comunica alla propria azienda, chiedendo di trovare assieme una soluzione per alloggiare l’animale sul posto di lavoro, la reazione si rivela ben diversa da quella attesa.
«Nella mia lettera - spiega - avevo chiesto di tenere in considerazione sia le esigenze del cane che le mie, ma anche quelle di tutti gli altri colleghi, a livello di sicurezza e di igiene. Purtroppo il capo del personale, che fino al giorno prima mi aveva elogiato come una lavoratrice dal costante impegno, mi ha detto subito: “Non esiste proprio, tu riesci a leggere e mi chiedi di entrare con un cane guida?”. Allora ho dovuto, ancora una volta, spiegargli e rispiegargli tutti i dettagli del mio problema, ossia che non riuscivo più a fare le scale, che non vedevo la profondità, esibendo naturalmente anche l’esito dei vari esami riguardanti il campo visivo. Risultato? Mi ha fatto convocare ad una visita di controllo, alla stregua di una truffatrice!».

Per Annalisa è un duro colpo, che lei fatica ad accettare. La aiutano molto sia la famiglia, che la incoraggia senza riserve mantenendo sempre un atteggiamento costruttivo, sia alcuni amici, che non la fanno mai sentire diversa da prima. Anche oggi, però, a distanza di molti anni, il ricordo è vivido e in parte doloroso. «Quando ho visto che il solo fatto di entrare con un cane guida faceva cambiare completamente la considerazione che avevano di me, mi sono davvero cadute le braccia. “Ma come? - mi sono detta - Mi impegno da quando sono stata assunta e cerco di fare tutto al massimo, nonostante le difficoltà. Non ho mai chiesto alcun ausilio, cercando di cavarmela sempre da sola. E ora, che senza il cane guida non riesco più a camminare all’esterno, l’azienda addirittura mi contesta gli esami oculistici?”».

È proprio l’oculista di Annalisa che con grande intraprendenza risolve la questione, accompagnando la giovane sul luogo di lavoro e invitando i responsabili a valutare diversamente la situazione. In caso contrario, minaccia di scatenare un vero e proprio polverone sugli organi d’informazione. «A quel punto - racconta Annalisa - i miei datori di lavoro, probabilmente impauriti, sono andati addirittura oltre, mettendomi a disposizione un ufficio da sola, anche per evitare contestazioni da parte di chi non voleva lavorare con un cane vicino. Tutto, insomma, si è risolto bene, ma è stata una bella botta, che ho superato anche grazie alla mia combattività e al mio atteggiamento tenace, che magari a volte mi ha resa sin troppo ribelle, ma che mi è stato certamente di aiuto quando ho dovuto affrontare questo problema».

Aprile 2018