Lottare contro i pregiudizi

Tre donne e un uomo con diverse disabilità sensoriali si soffermano su alcuni stereotipi e pregiudizi con cui si scontrano quotidianamente

«Nella mia vita, molto spesso, mi sono trovato a combattere con il classico stereotipo del non vedente che sta davanti alle chiese con il piattino. Nell’immaginario collettivo, infatti, si è purtroppo sedimentata questa visione: il cieco che chiede l’elemosina, che striscia i piedi, che non è in grado di fare due passi, che magari non si lava, è sporco e trasandato. Per cui la gente non sa come rapportarsi ad una persona qualunque che non vede, ma parla, ragiona, si cura ed esce. E questo perché la nostra normalità non corrisponde alla solita immagine stereotipata».
L’esperienza di Mario, cinquantenne con disabilità visiva, residente in una provincia del Nord, trova riscontri anche nella quotidianità di Elena, donna non vedente, che vive e lavora in un contesto metropolitano.
«Per fare un esempio, - spiega Elena - in ambito lavorativo mi ero riproposta di seguire un corso sul massaggio cardiaco, ma inizialmente non volevano che lo facessi, perché sono cieca. Mi sono dovuta impuntare per averla vinta e alla fine non solo sono stati tutti entusiasti, ma l’hanno fatto seguire anche ad altri non vedenti. Allora penso: “Perché dovete approcciarvi così a noi?”. Permetteteci di andare oltre i vostri pregiudizi, lasciateci partecipare alla vita di tutti i giorni. Poi troverete anche il non vedente o l’ipovedente che non vi piace o che non vi sta simpatico, come può capitare a tutti. Ma perché partire con questa paura dell’altro? A volte mi chiedo: “Chi pensi di avere davanti?”. C’è solo una persona che ti parla, che ti ascolta e che se vuoi ti prepara anche un caffè».

«Una volta - prosegue Elena - ho letto la recensione di un film: la storia di un pubblicitario in carriera che si innamora di una donna cieca. Ebbene, il giornalista nell’articolo scriveva: “Un film stupido, perché è improbabile che un vedente si innamori di una cieca. Non succede nella vita vera, e se accade è solo per pietismo, oppure il film racconta una realtà che non esiste”. Sono andata su tutte le furie, avrei voluto fargliela vedere io a quest’uomo. Ho pensato: “Conosciamoci, ma poi se ti innamori sono affari tuoi!”. Io sono cieca, ma sono anche una persona attiva e solare. Mi piace cucinare, andare al cinema, fare la pazza ai concerti. Mi piace ballare: ho seguito un corso di danza caraibica e ho provato la danza del ventre. Pratico nuoto, sci, amo il mare e adoro andare in moto. Insomma, ho una vita normale, come tutti gli altri, quindi non capisco che diversità ci possa essere tra l’amare me e una donna vedente, non lo so proprio. Lascio questo povero giornalista disperato alle sue paure».

«Il problema - aggiunge ancora - è che, se sei una donna con disabilità, è difficile che ti vedano innanzitutto come una donna, con cui avere una relazione normale. Molti uomini mi hanno detto: “Mi piacerebbe fare sesso con te, per vedere come lo fa una donna cieca”. Io sono stata sempre pronta a rispondere subito, anche in modo esplicito e tagliente, che siamo fatte come tutte le altre donne. Però, per quanto io mi stia facendo conoscere, cerchi di spiegare, sia disposta al dialogo e al confronto, anche sul tema del sesso, a volte è davvero tanto complicato combattere con i pregiudizi».

Lo sanno bene anche Angela e Lucia, donne sorde di diverse generazioni, che vivono in due grandi città, una al Nord e l’altra al Sud d’Italia.
«Nella mia vita - racconta Angela, cinquantenne - ho sempre oscillato tra il rifiuto e la sottovalutazione. Quando ero più piccola, le persone si infastidivano a ripetermi più volte le frasi che non capivo e si allontanavano, o comunque non interagivano con me a causa dei loro pregiudizi. Da adulta, invece, quando le persone hanno iniziato a conoscermi meglio, mi dicevano: “Tu non sei sorda! Tu parli!”. E quindi, alla rovescia, sottovalutavano il problema. Perché, sì, è vero che io mi aiuto con le protesi, leggo sulle labbra e ho imparato a parlare, ma ho comunque una limitazione uditiva e incontro ostacoli, fatico più degli altri a fare le cose».

Il pregiudizio del sordo che non parla lo vive anche Lucia, giovane donna che lavora. «Sono diventata sorda nei primi tre anni di vita. Ho seguito tutto l’iter medico e ho fatto logopedia. Sento ma non sento: a quel che mi si dice dovrei essere più sordastra che sorda, perché, purtroppo, le discriminazioni si fanno anche tra i sordi. Se parli troppo bene, allora vuol dire che non sei sorda, perché nella testa delle persone, se parli correttamente, è perché senti meglio degli altri, non perché ti sei impegnata. Ma dall’altra parte c’è anche chi mi ha detto che non parlo abbastanza bene per come sento, e poco importa che io faccia i salti mortali al lavoro e che abbia tutti i giorni a che fare con persone che mi fanno venire il mal di testa. Insomma, ne ho veramente sentite di cotte e di crude. E, alla fine, queste parole mi sono rimaste dentro, perché mi hanno fatto sentire la discriminazione addosso».

Ottobre 2018