Essere una mamma cieca, con molta naturalezza

Una donna cieca descrive il proprio rapporto con la maternità, fatto di normalità ma anche di qualche pregiudizio di troppo da parte di chi vede

La domanda è semplice, ma fondamentale: «Ti sei mai posta il problema di essere una mamma cieca?». «Assolutamente no - risponde Ines -. Anche mio marito ha fortemente voluto Roberta, ma soprattutto io, a quasi trentacinque anni, sentivo che era arrivato il momento giusto. La gravidanza mi ha infuso da subito un grande entusiasmo. Eppure ho dovuto ascoltare dai miei colleghi di lavoro vedenti, e in particolare dalle mie colleghe, frasi del tipo: “Sei stata un’incosciente, un’egoista. Ti sembra normale che questa bambina debba adattarsi a te?”. Qualche volta rispondevo in malo modo, ma in genere sono sempre stata molto tranquilla, anche perché ho avuto una gravidanza stupenda, senza dolori, né nausee, seguita da un parto naturale, privo di qualunque complicazione».

Che Ines abbia vissuto serenamente il fatto di essere una mamma cieca, lo si capisce bene anche da quanto racconta sui primi anni di vita della figlia: «Se Roberta chiedeva un giocattolo al papà, lo indicava con il dito. Se invece lo voleva da me, mi ci accompagnava. Poi, all’epoca delle pappette e delle minestrine, le dicevo: “Roberta, adesso la mamma ti dà da mangiare. Quando avvicino il cucchiaio alla bocca, fai amm”. E così grazie a quel verso capivo che potevo tranquillamente darle la pappa. Sono momenti che la bambina ha vissuto in modo molto normale, anche perché non ho mai voluto dirle: “Mamma non può perché non vede”. Non perché voglia negare i miei limiti, ma perché dove posso mi butto, dove invece non posso lo so già da prima e allora mi fermo. E così capitava spesso che ci rotolassimo, anche per terra, a giocare assieme come delle matte!».

Nemmeno con i pediatri Ines ha avuto grossi problemi: «Uno mi disse: “Cara signora, lo vedo bene come segue sua figlia. Lei è capace di accorgersi prima se sta arrivando un’influenza o addirittura una malattia dei bambini”. In effetti sono sempre stata abbastanza attenta, cercando però di non diventare mai una madre troppo ossessiva. Diciamo che Roberta ho sempre cercato di guardarla da lontano e di intervenire quando necessario. Per questo posso dire di essere stata presente in modo molto naturale e mai troppo invasivo».

Ora che Roberta è diventata una bambina di otto anni, sono arrivate anche nuove esperienze, di fronte alle quali Ines si lancia senza timore. «Mio fratello vive e lavora all’estero - racconta - e quando a Natale è venuto a trovarci ha portato Roberta a pattinare sul ghiaccio, nella pista allestita in centro città. Il giorno dopo mia figlia mi ha detto: “Mamma,vieni anche tu a vedermi pattinare sul ghiaccio?”. Da lì ad arrivare alla richiesta successiva il passo è stato breve: “Mamma, mamma, vieni con me a pattinare sul ghiaccio?”. Io da ragazza avevo usato i pattini normali e già con quelli andavo sempre a gambe all’aria. In quella situazione tutti mi dicevano: “Se sai sciare, sai anche pattinare sul ghiaccio!”. “Non è vero - ho pensato - lo sci è tutta un’altra cosa”. Insomma, alla fine mi sono buttata e ho pattinato sul ghiaccio insieme a mia figlia!».

Da un po’ di tempo Roberta ha iniziato a danzare ed è Ines ad accompagnarla ai corsi. Per il catechismo, invece, si alterna con il marito, perché in generale cercano tutti e due di essere presenti per la figlia allo stesso modo. Da sole, invece, sono andate in vacanza l’estate scorsa in Emilia Romagna. «Sono state due settimane stupende - dice - dove lei non mi ha fatto mai pesare nulla. Fortunatamente non ho grossi problemi a fare amicizia, ad affezionarmi alle persone. E quindi, quando è stato necessario, ho chiesto una mano sia per me che per lei, soprattutto al momento del buffet, per riempire i piatti. L’ho fatto, però, chiedendolo con cortesia, senza mai lasciare intendere che fosse una cosa dovuta. E in questo modo il sostegno è arrivato. Con Roberta andavamo in spiaggia o in piscina, e quando lei voleva giocare con gli altri bambini la lasciavo libera di farlo, anche perché la struttura era tutta recintata e non poteva scappare fuori. Ma su queste cose lei mi ascolta sempre con molta attenzione. Anche quando andiamo al parco giochi, lei mi tiene per mano, andiamo insieme verso uno scivolo o un’altalena e magari mi chiede di spingerla».

«Faccio molta attenzione - precisa Ines - a non affidarmi a mia figlia. Mi spiego meglio: il compito di una ragazzina di otto anni non può certo essere quello di farmi da accompagnatrice. Sono ben altre, invece, le cose che pretenderei fortemente. Ad esempio che ai colloqui su mia figlia le maestre d’asilo parlassero con me e non con mia madre, come spesso accadeva quando lei mi accompagnava. Vorrei insomma che tutti capissero sempre una cosa: non avere la vista non significa non comprendere o non poter parlare a tu per tu!».

Marzo 2018