La mia strada è la musica

Un giovane ipovedente racconta il suo percorso per diventare pianista professionista, tra ostacoli e facilitatori

Ho sempre pensato che la mia strada fosse la musica e mi sono impegnato a fondo per perseguirla.
Sono nato poco più di trent’anni fa con un’ipovisione congenita in un piccolo centro del Sud e, dopo le elementari, i miei genitori mi hanno iscritto al conservatorio nel capoluogo di provincia.

Ho suonato il pianoforte per dieci anni. La prima difficoltà l’ho incontrata nella lettura degli spartiti, ma l’ho superata, attrezzandomi in vari modi e grazie al supporto di un’ottima docente.
Certo, non è stato facile, all’inizio avevo beccato un’insegnante che non riusciva a trovare la didattica adatta per seguirmi. Paradossalmente era stata proprio lei ad avermi voluto in classe, dopo l’esame di ammissione, però le cose non sono andate bene. Io ero un ragazzino e ovviamente non sapevo spiegarle come aiutarmi. Lei faceva dei tentativi, come scrivere su un quadernone le note giganti o usare le fotocopie ingrandite, ma io in realtà facevo ancora più fatica: spesso perdevo i fogli e avrei preferito delle scritte anche più piccole, ma con il pennarello, anziché con la matita. A quell’età, però, non ero ancora in grado di verbalizzare quelle esigenze: sono cose che impari con gli anni, acquistando consapevolezza, a meno che qualcuno non ti aiuti. E, tutto sommato, penso di essere stato fortunato, perché a fine anno quell’insegnante venne trasferita e, quando lo seppi, credo che mi brillassero gli occhi. Non solo, infatti, non riuscivo ad imparare, ma avevo addirittura deciso di ritirarmi, ero frustrato, mi terrorizzava andare alle lezioni. E invece la nuova insegnante, che era una supplente, ha azzeccato subito il metodo giusto, preparandomi per l’esame di conferma, che ho superato con successo.

Solo l’anno successivo è arrivata la mia vera insegnante, la persona con cui mi sono diplomato, che mi ha praticamente cambiato la vita.
Con lei abbiamo impostato un metodo di studio adatto a me: in sostanza mi ha portato da un livello zero a diventare un vero professionista. Insieme abbiamo iniziato a sperimentare le lampade per aumentare l’illuminazione del leggio, a volte usavamo fotocopie ingrandite per certi spartiti che erano troppo piccoli, poi, andando avanti negli anni, sono comparsi i primi videoingranditori portatili.
Ho anche imparato a memorizzare istantaneamente. In pratica, quando prendo uno spartito, lo imparo a memoria già guardandolo. È una cosa effettivamente un po’ strana, ma per me è diventata normale. Ed è una tecnica che ho affinato con gli anni, approfondendo lo studio teorico della composizione, perché più riesci ad avere competenze analitiche e più memorizzi: in poche parole, se analizzi ricordi.
Ho anche seguito dei corsi di memoria, perché la memoria si impara. Nel cervello, infatti, non abbiamo semplicemente un hard disk da riempire, è sì una questione di connessioni, di allenamento, ma anche di tecnica, cioè io ti posso insegnare come ricordare e poi è chiaro che più ti alleni più riesci a rendere elastica questa capacità.

A 21 anni mi sono diplomato al conservatorio e contemporaneamente ho iniziato a frequentare alcuni corsi di perfezionamento nazionali e internazionali: a Bari, a Bologna, a Salisburgo.
In questo la mia insegnante è stata bravissima, è stata lei a spronarmi ad andare all’estero. Io ero titubante, non ero mai uscito dall’Italia: «Ma come cavolo faccio ad andare in Austria?», mi chiedevo. Lei però ha insistito e così ho compilato la richiesta di ammissione senza nessuna cognizione, l’ho riempita e l’ho spedita, dicendomi: «Va bene, se parteciperò, vedremo come farlo».

Un’altra difficoltà che mi frenava tantissimo e che ho dovuto superare riguardava invece l’ambito concertistico. Recarmi in una sala da concerto nuova era per me terrore puro: quando hai il pubblico davanti ed esci dal camerino hai tutti gli occhi addosso e, se inciampi, se prendi la direzione sbagliata, se non trovi il pianoforte, non è certo il massimo. Queste situazioni mi creavano ansia, che si sommava all’ansia del concerto, già di per sé abbastanza importante, quindi prima passavo un po’ di tempo a studiarmi la sala.
All’epoca non c’erano i cellulari, o perlomeno non erano state sviluppate molte app, lo scambio delle foto non era come adesso, cosa che mi avrebbe reso tutto più semplice. Quindi cercavo di andare prima, di studiarmi gli spazi, facevo cento volte il percorso, andavo a parlare con i tecnici delle luci. A fine concerto, poi, c’era da fare anche l’inchino e quindi dovevo posizionarmi nel punto giusto, guardare nella direzione giusta, e non era sempre facile. Sono tutte cose che ho dovuto imparare a gestire, perché il pubblico sta lì per te, e la mia insegnante mi ha sempre guidato nel diventare un professionista. «Non fare il musicista cieco - mi diceva - fai il musicista e basta!». E devo dire di esserci riuscito.
Il discorso non è tanto che il pubblico non si accorga della mia limitazione visiva, ma impedire che questa cosa eserciti un impatto, perché, se fai una stupidaggine, se non ti inchini nella direzione giusta, il pubblico ti applaude comunque, ma a quel punto lo fa per pietà. Non si ricordano più della tua esibizione, perché lo spettacolo diventa l’inchino sbagliato e non più il concerto.
Tutto questo ha richiesto da parte mia tanta, tanta, tanta formazione e comprensione delle situazioni, perché se durante l’esibizione non sei concentrato sul suono, ma su cosa accadrà alla fine, sull’inchino e sull’uscita dal palco, il concerto è già abbastanza compromesso. Psicologicamente esibirsi è come fare un intervento chirurgico, ci devi stare tutto, con la testa, con le emozioni, con l’intelligenza, e se c’è una variabile esterna così pesante allora diventa davvero tosto.

Settembre 2018