Alla ricerca di un mondo adatto anche a me

L’incontro-scontro di una donna cieca con i servizi di trasporto, dagli autobus urbani alle Sale Blu in stazione, dove il problema principale è quello della formazione e della cultura dell’inclusione

Vi è mai capitato di chiedere all’autista dell’autobus: «Scusi, quante fermate mancano per Corso Italia?» e non sentire alcuna risposta? Allora ripetere: «Scusi, la prossima fermata è quella giusta per Corso Italia?», ma ancora niente. E quindi stare lì, col bastone bianco in mano, ad insistere: «Scusi, scusi». Ma è a quel punto che la signora accanto si decide a dirti: «Guardi che l’autista le sta rispondendo, le ha fatto di sì con la testa». Eh sì, con la testa, come se io potessi vederlo! Mi fornisce informazioni in silenzio, con la voce spenta, come è spenta o bassa la sintesi vocale in quasi tutti i mezzi pubblici della mia città, che è una delle più grandi d’Italia. Quanto sarebbe bello invece, per una persona cieca come me, che gli annunci sonori fossero accesi o che avessero il volume adeguato per poter sentire, perché in un contesto in cui c’è gente che parla al telefonino, gente che chiacchiera, gente che si muove, non si riesce a capire quasi nulla.

A me poi spesso dicono: «Ma non si vede che sei cieca!», e lo prendo pure come un complimento. Però è anche vero che, a volte, mi capita di vivere delle scenette che sono abbastanza surreali. Ad esempio sul treno, quando arriva il controllore e rimane lì fermo in silenzio. Naturalmente io non so che è il controllore, quindi lui sta zitto e io sto zitta, fino a quando dopo un’eternità non mi chiede: «Biglietto!».
Mi domando, ma è proprio tanto difficile parlare? Magari uno sta ascoltando la musica con le cuffie, sta dormendo o è distratto. Non ci vorrebbe un grande impegno, anche se non ho scritto in faccia «cieca, si prega di bussare sulla spalla o di esprimersi a parole!».

Qualche volta, però, anche nei servizi dedicati alle persone con disabilità ho potuto notare una certa disattenzione, nonostante sappiano benissimo che sono cieca.
Io viaggio molto in treno, spesso anche da sola, e mi avvalgo dei servizi di assistenza in stazione, le cosiddette Sale Blu. Sono ottimi servizi, gli assistenti sono bravi e generalmente attenti, però molte volte mi accorgo di essere considerata quasi come un pacco, una valigia. Arrivo in stazione, mi caricano sul treno, mi fanno sedere al mio posto, mi sistemano il bagaglio e se ne vanno. Poi mi vengono a prendere una volta arrivata a destinazione, mi fanno scendere e se devo fare un cambio mi portano nella Sala Blu, dove aspetto che parta il treno successivo. E magari sto lì ferma, anche se devo ancora andare in bagno da quando sono uscita di casa. Sui treni, infatti, non uso mai i servizi igienici, perché mi prende quasi una forma di panico. Ho paura di non trovare il bagno, di non riuscire a tornare indietro al mio posto. E in viaggio non passa mai nessuno dell’assistenza a chiedermi se ho necessità di qualcosa. Lo stesso avviene quando vengo letteralmente parcheggiata in Sala Blu. Certo, potrei essere io, preventivamente, a domandare dove si posiziona il bagno, ma credo che basterebbe anche molto poco. Non dico che qualcuno mi debba accompagnare a prendere un caffè, si tratta solo delle questioni primarie, di chiedere semplicemente: «Ha bisogno di qualcosa?». Oppure, mentre l’assistente mi accompagna al posto, potrebbe indicarmi la posizione del bagno. Alcune volte lo fanno i miei genitori, quando mi portano in stazione, ma visto che si tratta di un servizio dedicato alle persone con disabilità, sono proprio queste le cose che mancano. E magari basterebbe solo un po’ più di attenzione da parte degli addetti.

In generale devo dire che ho sempre saputo adattarmi alle diverse situazioni e fortunatamente me la sono sempre cavata abbastanza bene. Ma ciò che forse servirebbe è far conoscere un po’ di più la disabilità.
La gente dovrebbe capire che non siamo extraterrestri, ma delle persone, anche se non ci chiamiamo Andrea Bocelli o Annalisa Minetti. A volte mi sento dire con stupore e ammirazione: «Ma l’hai vista la Minetti?». «Sì, l’ho vista - rispondo - ma io non sono la Minetti, mi chiamo Cinzia!». Non canto, ed è meglio così, e sono una persona normalissima, che fa la vita di tutti i giorni: casa, lavoro, tempo libero. E quindi vorrei che le persone con disabilità fossero viste come persone che possono tranquillamente avere delle potenzialità, senza venir considerati dei geni o degli sfigati. Non serve essere Wonder Woman, basterebbe vivere in un mondo più accessibile. Adesso, ad esempio, nella metropolitana trovi anche le scritte in Braille, ma c’è gente che ci sputa sopra, e quindi, se vado a leggere con le mani, cosa capisco? Mi incollo e basta. Metto i guanti, ma francamente mi fa un po’ schifo.
Non so quindi esattamente cosa bisognerebbe fare, vorrei semplicemente un mondo un po’ più semplice, più facile, adatto anche a me.

Febbraio 2018