Da un mondo quasi immutabile ad un mondo troppo veloce

Le molteplici barriere alla mobilità, nelle strade e negli edifici pubblici, che deve affrontare una persona in carrozzina, ma anche lo scarso rispetto dei tempi e dei ritmi individuali

Vivere con una paraplegia in un piccolo paese di mezza montagna non è certo una passeggiata, perché può amplificare tutte le possibili difficoltà esistenti anche in una grande città.
Se n’è accorta presto Adriana, che a causa di un incidente stradale si muove in carrozzina da quando aveva quindici anni. Poche strutture adeguate, servizi quasi nulli: negli anni ’70 andava così, aggiungendo tanti ostacoli in più al trauma di un evento che ti cambia completamente la vita.

Da un giorno all’altro, una ragazza piena di amici e ben nota per le sue corse scatenate in motorino si trova a fare i conti con una realtà fatta di strade troppo strette e di marciapiedi senza scivoli.
Un’automobile sarebbe stata il massimo allora, ma per quella bisognava ancora aspettare qualche anno, affrontando tutte le difficoltà legate agli adattamenti del mezzo. Sempre che Adriana fosse riuscita a prendere la patente.
A superare l’esame di guida alla fine ce l’ha fatta, ma per rendersi conto quasi subito dello scarso rispetto e della maleducazione imperante: macchine al posto sbagliato e spesso sui posti riservati ai disabili, senza averne diritto.

La nuova vita di Adriana è fatta di gradini davanti ai negozi, di bagni proibiti e di ascensori stretti, quando ci sono, a partire da quello della scuola. «Bisognerebbe farsi rispettare - pensa, ma realizza anche che - per una vita in carrozzina ci vuole proprio tanto coraggio».
Quegli ostacoli, quell’inciviltà, quelle leggi non sempre applicate l’accompagnano fino ad oggi, sia nel suo percorso di studi che in quello lavorativo.

Si sposta in una grande città per frequentare l’università, ma ben presto si ferma negli studi e lo fa proprio davanti a quelle maledette scale. A bloccarla è il fatto che ogni giorno qualcuno debba sollevare lei e la sua carrozzina per farla arrivare alle aule, alla segreteria, alla biblioteca: si sente costretta, totalmente dipendente e preferisce rinunciare.
Dopo un po’ di tempo, con una maturità scientifica, trova lavoro come amministrativa nel settore privato e qui arriva finalmente qualche bella sorpresa: l’ambiente è collaborativo e il resto, come sempre, lo fa la conoscenza delle persone e dei problemi. Capita anzi che qualche collega si trasformi in un amico prezioso ed è una bella iniezione di vitalità e di forza, quanto mai necessarie per superare le difficoltà.
Già, perché le difficoltà non scompaiono di certo. Se Adriana, ad esempio, deve andare per uffici o partecipare a qualche evento, deve trovare chi la accompagna e sperare che tutto fili più o meno liscio. Ma, anche in questo caso, un ambiente collaborativo, capace di andare incontro alle sue esigenze, può fare la differenza e rappresenta per lei un grosso vantaggio.

Dove invece tutto sembra cristallizzato nel tempo è negli uffici pubblici, come ai Servizi sociali del suo Comune: quando Adriana li contatta per avviare qualche pratica, la obbligano ad andarci di persona, pur conoscendo la sua situazione e soprattutto ben sapendo che lì, per arrivare al secondo piano, l’ascensore non c’è. E per molti anni andrà avanti sempre così.
Senza poi contare le umiliazioni vissute alla ASL: una fra tutte, quando, dopo un incidente stradale in cui si distruggono sia la macchina che la carrozzina, le negano un nuovo ausilio, non essendo passati i cinque anni previsti dalla legge.

Quando si diffondono le nuove tecnologie, molte cose cambiano. Adriana se ne appropria senza troppi problemi e anche la sua vita migliora. Apprezza soprattutto le possibilità offerte dalla telematica e dai collegamenti a distanza, che le permettono di non doversi più trovare di fronte ad ascensori fuori uso o a scalinate invalicabili.
Anche qui, però, c’è un contraltare: un mondo che prima sembrava immutabile ad Adriana appare ora sin troppo veloce. E in un mondo troppo veloce, una persona in sedia a rotelle, che ha bisogno di più tempo per fare tutto, rischia di essere travolta, soprattutto nel lavoro.
Ma è solo il pensiero di un momento, perché se ce l’ha fatta tanti anni fa, senza macchina e in un piccolo paese, Adriana sa che riuscirà a mettere una marcia in più anche adesso. La domanda è se davvero sia lei a doversi rimboccare le maniche sempre e comunque o se non sia questo mondo, e chi lo abita, a dover abbattere le barriere e introdurre accomodamenti per rendere davvero migliore la vita di tutti.

Settembre 2017