Nella vita non sai mai cosa ti può capitare

Il teatro visto in una duplice prospettiva, come costumista e spettatrice, da una donna con disabilità, che perde il lavoro e chiede alle istituzioni di poter trasmettere le proprie competenze

Sono Anna, una donna di quasi settant’anni, che una mattina di vent’anni fa è uscita di casa e si è vista la vita completamente rivoluzionata.
Mi sono trasferita, giovane, da una città del Sud nella Capitale, e mi sono inventata il lavoro da una passione ereditata da mia nonna insieme al DNA: quella del cucito. Sono stata brava, ma anche fortunata, e per alcuni anni ho guadagnato un bel po’ di soldi con il mio lavoro. Ho iniziato facendo riparazioni in casa per privati, poi ho collaborato con alcune boutique come sarta, confezionando abiti, e da lì ho avuto la fortuna di incontrare una persona dello spettacolo, che mi ha proposto di lavorare come costumista presso il suo teatro.
Ho viaggiato molto, seguendo le compagnie in tournée, e grazie al passaparola degli attori ero molto conosciuta nell’ambiente per la mia professionalità e disponibilità. I tempi di lavoro e gli spostamenti erano stressanti, ma le retribuzioni erano buone. Peccato che, per contro, gli incarichi fossero in nero, per cui in quegli anni non ho accumulato nemmeno un contributo per la pensione.

A volte, però, la vita ti aspetta all’angolo per riprendersi ciò che ti ha dato. E così una mattina sono uscita di casa per recarmi a teatro, avevo delle cose da finire, prima del fine settimana che avrei passato fuori città, e invece di lì a poco mi hanno ricovero d’urgenza.
Sono ritornata a casa dopo tredici mesi! E ci sono voluti altri quattro anni per capire quale malattia mi avesse colpito.
Purtroppo soffro di una patologia rara, che mi ha portato nel tempo a due successive amputazioni agli arti inferiori. Ho fatto tantissimi interventi chirurgici, di cui non ricordo più neanche il numero esatto, e ho speso milioni e milioni di lire per potermi curare all’estero.

Dopo la prima amputazione, potevo muovermi ancora senza usare la carrozzina e ho potuto continuare a lavorare. Mi spostavo tranquillamente in tournée e i colleghi mi aiutavano per gli aspetti più faticosi, come trasportare la macchina da cucire da un posto all’altro.
Con la seconda amputazione, invece, non potendo più camminare, mi sono ritrovata senza lavoro. E non è che non ci abbia provato a ricominciare, anche perché con i sussidi per l’invalidità civile non ce la facevo certo a mantenermi, a pagare l’affitto, a fare la spesa. Ero molto brava a gestire il denaro: mangiavo poco, continuavo a cucire, ma non ce la facevo lo stesso. E rinunciare a tutto, anche ad acquistare un giornale, diventava dura: era come rinunciare alla mia stessa dignità.

Ho ricontattato il teatro con cui avevo collaborato per tanti anni con reciproca soddisfazione e mi hanno risposto che per il momento non c’era lavoro. Ma non ci ho creduto, so come funzionano i teatri, conosco i loro tempi e, anche se non c’è uno spettacolo alle porte, le cose da fare sono sempre tante.
In realtà, penso che una persona con disabilità sia fondamentalmente scomoda. Finché con la prima amputazione mascheravo la mia condizione, tutto filava abbastanza liscio. Dopo, però, ho iniziato subito ad accorgermi che la carrozzina dava fastidio, lo sentivo a pelle. Io credo che alla fine il Signore mi abbia tolto una cosa, ma me ne abbia donata un’altra: una specie di sesto senso, di vibrazioni che avverto spesso!
Inoltre, non tutti i teatri sono accessibili. E non parlo solo dal punto di vista di un attore o di un costumista, come nel mio caso. Ma anche per una persona che si reca a teatro per godersi uno spettacolo. Molte strutture, infatti, sono inaccessibili alle carrozzine e spesso capita che le persone vengano prese in braccio per essere portate fino al loro posto: è pazzesco!

Diversamente, senza queste barriere mentali e strutturali avrei potuto continuare a lavorare in teatro. Prendere le misure, tagliare la stoffa, cucire, stirare, insomma tutto ciò che compete al mestiere di sarta ero ancora in condizione di poterlo garantire, e bene, con la mia solita velocità e scrupolosità.
Allora ho cercato di usare il passaparola, ho lasciato il mio nominativo nei negozi di abbigliamento, convinta che, se riesci ad accontentare qualcuno, a fargli vedere come lavori, e in più pratichi dei prezzi competitivi, le cose si sbloccano e si avvia un circolo virtuoso. Un po’ come già mi era successo in passato: all’inizio non ero niente, ma grazie al passaparola sono entrata addirittura a casa di Ministri. Il fatto è che quelle stesse persone abitano in appartamenti con le scale e ora io non posso più salire da loro.
Certo, avrei potuto anche chiedere di portarmi gli abiti a casa per le riparazioni, e l’ho fatto. Normalmente succede così: si va dalla sarta. Ma nel mio caso, quando sanno che sono in carrozzina, si rifiutano di venire da me. Cosa mai penseranno di trovare a casa mia?

A volte credo che le istituzioni dovrebbero aiutarci ad essere autonomi, non necessariamente con dei sussidi, ma permettendoci di trasferire le nostre esperienze e abilità.
Io, ad esempio, potrei tranquillamente insegnare a cucire. Ci sono vestiti che costano anche 1.000-1.500 euro e molte persone non sanno neanche fare gli orli, non conoscono le tecniche da usare, i filati. Potrei mettere al servizio degli altri la mia esperienza, perché certe cose sono nel DNA. È una questione di fiuto, di intuito, che vanno guidati: un po’ come succede per i cani da tartufo.

Settembre 2017