La disabilità non è un problema, fin quando c’è la famiglia

Una donna in carrozzina, dopo la morte dei suoi genitori, si scontra con un mondo che trascura le differenze di genere e le maggiori difficoltà che vive una donna con disabilità

Daniela ha 61 anni, ha una casa di proprietà e ha costruito la sua indipendenza attraverso il lavoro, ma anche grazie al contributo per l’assistenza indiretta che le fornisce il Comune in cui risiede. «Io voglio la mia autonomia e ho organizzato intorno a me delle persone che mi assistono, che mi danno una mano». Questo le consente di vivere da sola, nonostante il peggioramento delle sue condizioni di salute, «anche se intorno a me - racconta sorridendo - ruotano sempre tutti i miei nipoti, con i loro figli e le loro mogli, e tanti cari amici».

In famiglia, sin da piccola, è stata considerata una persona, con tutte le sue caratteristiche, compresa la limitazione motoria. «I miei genitori sono stati dei grandi! Io facevo parte della famiglia con tutti i miei limiti. Non esisteva il concetto di “problema”, era così punto e basta, e si affrontava insieme. Sono sempre stata appoggiata da loro, che mi hanno supportata e sopportata. Mi hanno sempre fatto prendere le decisioni che mi riguardavano. Non mi hanno mai messo dei confini. Mi ricordo una volta che andammo a fare una breve scalata e mio padre mi portò sulle spalle; o di tante altre volte che andammo in barca, in moto o in motorino. Sono andata veramente ovunque. Grazie a loro e grazie anche ai miei fratelli e amici!».

«Il momento in cui ho perso i miei genitori e mio fratello più piccolo, con cui vivevo, è stato difficilissimo, mi ha preso il panico. Ho passato mesi e mesi in cui non uscivo più di casa, nemmeno per fare la spesa. È morto prima mio padre, poi mio fratello e poi mia mamma. Uno dietro l’altro, nel giro di pochissimo tempo. Quindi si è creato attorno a me un vuoto enorme. Fino a quel momento avevo sempre pensato che almeno mio fratello, nel corso della mia vita, sarebbe rimasto con me».

Questo trauma ha costretto Daniela, a 40 anni, a confrontarsi con la realtà: lavorare, guidare, superare il panico, affrontare la solitudine e incontrare ostacoli e barriere. «Forse io ho vissuto nella bambagia con i miei genitori, perché grazie a loro ho potuto fare tutto quello che volevo, mi hanno portata ovunque. Quindi, quando ho iniziato a lavorare nell’associazionismo e a confrontarmi con altre persone con disabilità, ho potuto aprire gli occhi, mi sono resa conto di quanti problemi ci sono».

Ora come ora Daniela non potrebbe più fare a meno del proprio lavoro. E per fortuna che adesso esiste il computer! «Lo avessi avuto prima sarebbe stato molto più facile anche studiare».
L’esperienza che ha accumulato nella gestione di due sportelli informativi per persone con disabilità le fa riconoscere che non esiste alcuna attenzione da parte delle istituzioni rispetto al tema delle donne con disabilità. «Non si pongono proprio il problema; non si rendono conto che una donna con disabilità può incontrare degli ostacoli maggiori. Il punto è che sei disabile, e non si pensa ad altro! Il genere passa in secondo piano».

«Mi è capitato ad esempio il caso di una donna con disabilità che lavorava in aeroporto ed è stata sottoposta a prevaricazioni da parte del suo superiore. Ha intentato una causa per mobbing, lunga e faticosa, ma alla fine l’ha vinta: aveva ragione lei».

«Ad un’altra donna con disabilità un’impresa non voleva dare i permessi. L’ho informata dei suoi diritti e le ho consigliato di non essere remissiva, di pretendere ciò che le spettava. E alla fine li ha ottenuti. È tornata da me per darmi la conferma che, solo se tiri fuori le unghie, ti rispettano. La cosa assurda è che lei aveva un collega, disabile ma uomo, che invece i permessi li aveva ottenuti senza doversi imporre. E lei no!».

Non sono però solo le condizioni di lavoro a penalizzare le donne con disabilità, le discriminazioni emergono già nella fase di ricerca dell’occupazione. Le donne fanno più fatica degli uomini a trovare lavoro, ci mettono più tempo. Alcune alla fine ci riescono e altre no. A volte può manifestarsi un problema di bassa scolarizzazione delle donne con disabilità. Ma ciò che emerge, secondo Daniela, è soprattutto un problema legato alla cultura familiare, alla mentalità del nostro Paese, che non è riuscito ad emanciparsi dall’idea che la figlia femmina e con disabilità vada solo protetta, tutelata, mantenuta. A volte la famiglia non contribuisce a creare le condizioni perché la figlia con disabilità diventi autonoma, responsabile della propria vita e delle proprie scelte, con la sete di imparare, crescere, fare esperienza del mondo.

«Le donne con disabilità dovrebbero trovare il coraggio di combattere, anche da adulte, anche da quarantenni come lo ero io quando ho iniziato a lavorare. Combattere per conquistare i propri spazi, che siano lo studio, il lavoro, un hobby, qualsiasi cosa. Pretendere il proprio spazio e difenderlo».

Luglio 2017