Non si può neanche prendere in considerazione una madre cieca

Le vicissitudine di una donna cieca, cui è stata negata l’idoneità all’adozione, che ha poi cresciuto due figlie naturali, tra successi, fatiche e qualche rimpianto

«Ma suo marito è aggressivo?». «No, anzi, mio marito è una persona molto calma e tranquilla, sono molto più aggressiva io. Certo, quando perde la pazienza, magari la perde proprio bene, come succede a tutte le persone tranquille, ma generalmente è molto più calmo di me».
Cieca da quando era giovane, a causa di una malattia progressiva, Donatella racconta così uno dei momenti più accesi del suo colloquio con la psicologa del Tribunale, da cui era stata convocata dopo aver presentato domanda per adottare un bambino.
Ricorda ancora quell’esperienza con grande amarezza, poiché di fatto a lei e a suo marito, medico e vedente, l’idoneità all’adozione è stata negata proprio a causa della cecità.
«Mio marito - racconta - avrebbe voluto far valere le nostre ragioni in ogni sede possibile, ma io in quel momento non me la sono sentita, anche se sarebbe stato giusto farlo. Nelle motivazioni, infatti, hanno proprio scritto, testualmente, di non concordare con l’adozione per il fatto che una madre non vedente non è nemmeno da prendere in considerazione».

Ad infastidire oltremodo Donatella, durante il colloquio, sono state in particolare alcune domande della psicologa. «Mi chiese: “Lei riesce a stirare?”. E io le risposi: “Perfettamente, non ho alcun problema”. E ancora: “Ma come farà con un bambino? Come potrà dargli da mangiare? Gli metterà il cucchiaio nell’occhio?”. E io, calma: “Guardi, non saprei risponderle adesso, però penso di essere in grado di prendermi cura di un bambino. Poi in caso di bisogno mi farò aiutare in qualche maniera”. Se c’è, infatti, una cosa che ho imparato - spiega Donatella - è che gli aspetti pratici si risolvono sempre, magari con l’aiuto di chi ne sa di più. Per fare un esempio, non tutti sanno fare il falegname, però una persona deve sapere quando è il momento di chiamare un falegname e farsi aiutare, deve saper dirigere la propria vita, è questo l’essenziale. E poi io conoscevo già persone che non ci vedevano e avevano avuto figli senza problemi; quindi pensavo: “Mio Dio, se ce l’hanno fatta loro, ce la farò anch’io!”».

Forse - come crede Donatella - ad influire sull’esito di quel colloquio potrebbe essere stato anche il vissuto problematico di quella psicologa, anche lei a contatto diretto con la cecità della madre ottantenne.
«Ma io credo - sottolinea - che un professionista dovrebbe saper comprendere che una donna che perde la vista a ottant’anni e che magari non ha nessun tipo di esperienza in quel senso è in una situazione completamente diversa da quella di una ventenne cieca che la vita se l’è già bene organizzata. Quel che resta, però, è che alla fine l’idoneità all’adozione ci è stata seccamente rifiutata».

Superata quella triste esperienza, Donatella due figlie sue le ha avute, che oggi sono due giovani donne. Certo, i momenti duri non sono mancati, ma a distanza di tempo le sembra quasi di poterli attribuire più ai suoi stessi comportamenti che non a reali difficoltà oggettive.
«È che forse volevo fare troppo, tenere tutto sotto controllo - racconta. Ero troppo esigente sia nei confronti delle bambine che di me stessa. Volevo che tutto funzionasse per bene e che anche la casa fosse in ordine. Probabilmente sarebbe stato meglio dare più attenzione a loro e meno ad altre cose. Solo che questo, magari, riesci a capirlo solo quando diventi nonna!».
E c’è anche un altro aspetto su cui si sofferma Donatella, sempre pensando alle sue figlie: «Forse avrei dovuto spronarle di più, ma qui è entrata in gioco la mia condizione, temevo si accollassero la responsabilità della mia cecità. In pratica sono diventata iperprotettiva nei loro confronti, mentre se avessi cercato di responsabilizzarle di più, anche ad aiutarmi in caso di bisogno, forse sarebbe stato meglio».

Queste, però, sono tutte riflessioni dell’oggi, fatte in prospettiva, e come tali valgono. Quel che resta, infatti, è che Donatella, da madre, se l’è cavata come meglio non poteva, crescendo bene le sue bambine e contando anche su un marito che ha saputo fare la propria parte. Questo nonostante un giorno qualcuno le avesse detto che una madre cieca “proprio non s’ha da fare”!

Febbraio 2018