Chi non vede non crede

Una donna cieca ragiona degli strumenti di facilitazione che possono consentire ad una persona con disabilità di lavorare in modo produttivo, superando barriere strutturali e comportamentali

Sono Cecilia, una donna cieca di 40 anni. Ho perso completamente la vista nell’adolescenza, quando ancora frequentavo le scuole medie. Mi sono laureata, ho conseguito un master di specializzazione e poi ho iniziato a cercare un’occupazione.
Finora le esperienze di vita e di lavoro mi hanno insegnato che, sin troppo spesso, ci sono tante attività precluse a priori alle persone con disabilità.
Ho capito che esiste nei nostri confronti un pregiudizio sottile e radicato, che non necessariamente sbarra il percorso, ma che rende estremamente difficile aprirne le porte. La prima cosa a cui si pensa, infatti, sono le difficoltà che una persona con disabilità può causare in un qualsiasi contesto, e quindi anche all’interno di un’azienda. Non si capisce, invece, che è proprio il contesto a definire le difficoltà e che con gli strumenti giusti le persone con disabilità possono lavorare come tutti gli altri.
In altre parole, è il contesto che può creare barriere o viceversa fornire elementi di facilitazione. Ma le cose ancora non vengono viste sotto questa prospettiva.

Ho toccato con mano il pregiudizio, quando, ad esempio, mi sono iscritta al master, che per me è stato come uno spartiacque tra la formazione universitaria e il lavoro vero e proprio. Già al momento dell’iscrizione il professore non sapeva che pesci prendere, mi ha guardata e mi ha detto: «Tu hai dei problemi, e adesso come farai seguire il master? Noi usiamo per le lezioni e per le esercitazioni una piattaforma di formazione a distanza, tramite computer, ma tu come potrai usarla?».
A quel punto sono stata io stessa a dovergli spiegare che esistono tanti strumenti per garantire la parità di condizioni, e consentirmi di leggere i testi in formato elettronico come chiunque altro.
Nel suo immaginario alcune cose non le avrei potute fare, e questo perché le sue convinzioni non si erano ancora confrontate con la realtà, con la concretezza. Quasi sempre, infatti, arriva prima la disabilità, anziché la conoscenza della persona e delle possibili soluzioni.

Al di là dei pregiudizi, ci sono poi altre difficoltà, riguardanti l’inaccessibilità di alcuni strumenti e prodotti, che non sono affatto pensati e realizzati per tutti.
Sempre durante il master, per dirne una, abbiamo lavorato in gruppo alla progettazione di un corso di formazione sui temi della leadership e della comunicazione efficace. Un progetto molto stimolante, che poi siamo riusciti anche a sviluppare, erogando effettivamente il corso in aula.
Ebbene, nella fase di progettazione ho incontrato degli ostacoli proprio negli strumenti tecnologici, che dovrebbero al contrario semplificare la nostra vita. E questo perché non tutti i software erano accessibili, non tutti i programmi e gli strumenti potevano essere gestiti in autonomia. La stessa piattaforma per l’apprendimento a distanza non era accessibile, come tuttora in molti casi ancora accade.
Ovviamente il lavoro di gruppo mi ha permesso di superare le difficoltà, attraverso una divisione dei compiti che ci ha consentito di raggiungere un buon risultato di squadra. Ma questo non è sempre facile, perché, non potendo essere autonoma su un determinato aspetto, devo dimostrare ogni volta di valere un po’ di più in altri ambiti.

Quando ho affrontato la formazione in aula, quello è stato il mio vero primo giorno di lavoro.
Ero molto nervosa, perché non mi ero mai sperimentata sul campo. La limitazione visiva, infatti, richiede di impostare la comunicazione in maniera diversa rispetto ai canali ordinari. Prima di aprire la lezione, ho dovuto spiegare ai partecipanti come comunicare con me senza lo sguardo, che è il canale più usato dalla maggior parte delle persone. E poi c’era anche la gestione dell’aula da affrontare, le dinamiche di gruppo, l’esposizione dei contenuti, la mediazione dei conflitti.
Insomma, ho dovuto fare un grosso lavoro su me stessa, per controllare l’emotività, perché credo sia questo il modo migliore per superare la paura e le frustrazioni, e trasformarle in qualcosa di costruttivo.

A volte mi chiedono cosa si potrebbe fare per migliorare l’incontro tra la disabilità e il mondo del lavoro. Come prima cosa rispondo che bisognerebbe cambiare la cultura dominante e abbattere i pregiudizi, ma poi aggiungo anche dell’altro. Secondo me occorrerebbe fornire alle persone con disabilità gli strumenti per diventare autonomi, per relazionarsi con gli altri e con il mondo circostante.
Io, ad esempio, ho fatto un corso sulla mobilità che mi ha insegnato a spostarmi da sola. E questa è stata la chiave che mi ha permesso di raggiungere una certa autonomia e la molla per mettermi in gioco.
Fino a quel momento, la presenza di un accompagnatore mi aveva in pratica impedito di rapportarmi agli altri, perché alla fine era lui a sostituirmi nelle relazioni e a fare da mediatore con l’esterno. Da lì in poi, invece, ho iniziato a conoscere altre persone, a farmi degli amici, e non ero più sola.

Anche il confronto con altre persone non vedenti mi ha aiutato molto, perché mi ha dato la motivazione, mi ha mostrato che era possibile raggiungere gli obiettivi che desideravo: se gli altri si muovevano da soli, potevo riuscirci anche io, e non importava come. Per me l’autonomia è trovare una soluzione, raggiungere un obiettivo, in qualunque modo, che sia con un bastone, con un cane guida, con un taxi o altro.
L’importante nella vita è mettersi in gioco, perché solo così puoi imparare ogni giorno qualcosa, confrontarti con gli ostacoli e con le persone. E mettendosi in gioco non si incontrano solo difficoltà, ma si scoprono anche molte risorse.

Ottobre 2017