Non si vola con la carrozzina!

Le disavventure con il trasporto aereo di un uomo in carrozzina, in barba ai regolamenti comunitari

È ammissibile che una compagnia aerea richieda ad una persona con disabilità un certificato medico che comprovi la sua condizione di salute per consentirne l’imbarco? È questa la domanda che Paul ha rivolto ad un’associazione per la tutela dei diritti delle persone con disabilità, in seguito ad uno spiacevole episodio che lo ha visto coinvolto.
In realtà la risposta l’aveva già fornita da tempo il relativo Regolamento dell’Unione Europea, non prevedendo alcun obbligo per le persone di fornire prove mediche o di altra natura inerenti la loro condizione di disabilità. I vettori aerei, quindi, non possono richiederle. Ma non è quello che è accaduto a Paul, il quale si è visto addirittura negare l’imbarco da parte di una nota compagnia aerea italiana.

Paul ha 34 anni, da tempo si è trasferito nel nostro Paese, dove vive e lavora, e dal 2003 si muove in carrozzina in seguito ad un incidente stradale che gli ha cagionato la paralisi degli arti inferiori.
In questi quattordici anni ha viaggiato spesso e da solo, sia per motivi di lavoro, sia per piacere, sia per tornare a trovare la famiglia. Si è avvalso di diverse compagnie aeree, compresa quella che gli ha negato l’imbarco, e si è recato in vari Paesi europei. Ma mai gli era stata richiesta la documentazione medica certificante la sua idoneità a viaggiare, né mai gli era stato imposto alcun obbligo di spostarsi con un accompagnatore.
È per questo che, con molta rabbia, di fronte al mancato imbarco e ai costi sostenuti, sia in termini di spesa del biglietto, che di perdita di tempo e di disagi subiti, Paul ha deciso di contestare la decisione della compagnia aerea e di scrivere una lettera di reclamo.

Racconta di quel giorno, di essersi recato in aeroporto due ore prima della partenza del volo, munito di un biglietto regolarmente valido e di una prenotazione. Ma, mentre effettua il check-in, l’addetta allo sportello, senza chiedere alcuna informazione preliminare sulla sua condizione di salute e sulla sua autonomia, gli comunica che in mancanza della documentazione sanitaria compilata dal medico curante e di un accompagnatore non potrà effettuare l’imbarco sull’aereo.
Paul non ha dubbi: al netto della scarsa professionalità e in barba al diritto di privacy, si tratta di una vera e propria discriminazione! «È infatti piuttosto singolare - sottolinea sarcasticamente - che l’impiegata di una compagnia aerea possa effettuare una valutazione professionale della condizione di salute di una persona con un semplice sguardo. Per di più arrivando a sostenere l’impossibilità di viaggiare in autonomia e la conseguente necessità di un accompagnatore. L’impressione, ovviamente, è che tale deduzione sia stata suggerita dalla sola presenza di una carrozzina!».

A sostegno della correttezza del suo agire, Paul richiama gli atti nazionali e internazionali che regolano gli obblighi e i doveri dei passeggeri con mobilità ridotta, nonché quelli delle compagnie aeree. Quel Regolamento dell’Unione Europea prevede effettivamente che in alcune situazioni una compagnia possa richiedere informazioni sulle condizioni di salute di un passeggero, ma precisa anche che, se queste vengono fornite in quantità insufficiente o non vengono fornite affatto, ciò non può mai giustificare il rifiuto di imbarcare la persona, come invece è accaduto a Paul.

Ma l’amarezza non è solo quella provata nel fatidico giorno del negato imbarco: infatti, dopo essersi informato sui suoi diritti, Paul denuncia la discriminazione subita in una lettera di reclamo. E, tuttavia, il risultato si rivela ancor più deludente, dal momento che la compagnia aerea cita a sua discolpa il proprio regolamento interno, che contempla la richiesta ai passeggeri con disabilità di un certificato medico, finalizzato a garantire un servizio appropriato alla loro condizione.
«In sostanza - commenta Paul - mi hanno risposto che il loro regolamento è questo e che se voglio viaggiare con loro me lo devo fare andar bene, altrimenti devo cambiare compagnia. E questo a dispetto delle disposizioni nazionali e internazionali sul trasporto aereo, ma anche in aperta violazione dei diritti delle persone con disabilità sanciti dalla relativa Convenzione ONU. Credevo fosse ormai noto a tutti, e a maggior ragione agli operatori che si rapportano con la clientela, che la disabilità e la riduzione di mobilità non equivalgono affatto ad una malattia. Vorrà dire che d’ora in poi, anche per essere sicuro di poter bere un caffè, mi toccherà portare al bar il medico curante, un avvocato o un giornalista!».

Ottobre 2017