Non voglio accanto un uomo che mi protegga o che si sostituisca a me

Per una giovane che perde la vista, la disabilità può diventare un parametro di selezione degli altri, fino a rendersi conto di stare meglio assieme a chi le permette di essere autonoma

Perdere progressivamente la vista negli anni in cui si sta diventando donna non può certo giovare alla vita di relazione di una ragazza. E anche se dal punto di vista dell’autonomia personale quella ragazza riesce a cavarsela discretamente bene, grazie soprattutto alla scoperta del cane guida, gli ostacoli e le difficoltà restano.
«In realtà - racconta Aurora, ripensando a quegli anni - posso dire che le prime discriminazioni me le sono sempre fatte da sola. Avevo un’autostima bassissima, tanto che il mio ritornello ricorrente era: “Sono disabile, chi mi si piglierà mai?”. Ed è andata avanti così per un sacco di tempo. Poi, invece, è arrivata una prima storia adolescenziale, anche piuttosto lunga, con un ragazzo che vedeva. E, da quel momento, forse ho iniziato a volermi un po’ più di bene, è cresciuta la fiducia in me stessa. Ma, da ragazza che aveva appena perso la vista, avevo un unico criterio di valutazione della persona che mi stava accanto: l’importante è che sia vedente!».

Sono stati anni vissuti senza troppe consapevolezze, quelli di cui parla Aurora, che però, ad un certo punto, comincia a vedere in modo diverso la sua disabilità. «Pian piano - spiega - iniziavo a comprendere che i problemi non appartenevano solo a me, ma anche alle altre persone. È stato allora che ho scelto di usare la mia disabilità come un vero e proprio criterio di selezione. Capitava magari durante una serata al pub. Lasciavo che fossero i ragazzi a tentare un approccio, ad attaccare un discorso. E cosa succedeva? Che magari all’inizio non si accorgevano affatto che ero cieca, soprattutto quando non ero assieme al mio cane guida. Cosicché, quando se ne accorgevano, o continuavano la conversazione oppure sparivano seduta stante. Era una specie di scrematura naturale. Se infatti sparivi senza voler più approfondire nulla, anche se magari potevo interessarti in qualche modo, per me non esistevi proprio più, perché evidentemente eri una persona del tutto priva di curiosità».

Nel frattempo era arrivata l’epoca dei social e anche a questo nuovo mezzo di comunicazione Aurora ha fatto ricorso, per conoscere nuove persone: «È successo una volta sola, perché in genere preferivo, e continuo a preferire, il contatto diretto con le persone. In quel caso, però, è stata un’esperienza positiva, perché ho conosciuto un vedente che mi è piaciuto subito, proprio per la curiosità dimostrata dopo aver saputo della mia cecità. Infatti, dalle solite domande tipo “sei mai stata fidanzata?” o “sei single?”, è passato a chiedermi come me la cavassi nella vita quotidiana e anche con la mia sessualità. Lo ha fatto però in maniera molto carina e da lì ne è nata una storia piacevole».

Oggi Aurora ha una relazione con una persona non vedente e pensa che per lei sia questa la dimensione più giusta, almeno per il momento. «Attualmente - dice - sento di essere maturata molto, rispetto alla sessualità e al rapporto di coppia in genere. E credo che questo abbia coinciso proprio con il fatto di stare da un po’ di tempo insieme ad una persona che non vede. O meglio, non è che dica a priori cose del tipo “non deve vedere, se no non ci sto insieme”, però quel che ho notato in me, specie negli anni di università, è il bisogno di avere vicino una persona al mio stesso livello di autonomia. Certo, si può anche creare benissimo un rapporto di coppia paritario, dividendosi i compiti in casa o fuori, ma è vero anche che chi vede fa le cose più velocemente e magari, spesso inconsapevolmente, tende a dire “ma no, è meglio che lo faccia io!”. Mi è capitato, ci sono stata molto male, e non sono più riuscita a vivere bene il rapporto. O addirittura qualche persona vedente mi ha detto: “Tu mi piaci perché ti posso proteggere”. E per me frasi come queste hanno significato la fine stessa della storia. Mi sono quindi resa conto che, proprio per avere una buona sintonia, oggi la cosa migliore è vivere assieme ad una persona con la mia stessa disabilità. È la situazione che prediligo, pur senza razionalizzarla più di tanto. Adesso è così, e forse sarà lo stesso anche in futuro».

Maggio 2018