Tutto quello che non vorresti sentire sulla disabilità

La violenza non è solo quella fisica, ma anche quella psicologica, operata da chi impone una cultura della normalità, fatta di negazione delle differenze e delle capacità personali

Ho solo vent’anni, ma finora nella mia vita non ho mai subìto violenze fisiche o insulti diretti legati alla disabilità, almeno non mi sembra. Poi sono una persona che, se le fai qualcosa, probabilmente contrattacca, quindi se mi fosse capitato me ne ricorderei. Al contrario posso sicuramente parlare di abusi psicologici, di tutta quella retorica della normalità che io, Giuliana, ho respirato a pieni polmoni in quel piccolo paese del Sud dove sono nata e cresciuta.

A tutt’oggi il rapporto che le persone hanno con la disabilità è ancora parecchio complicato. Tutti si aspettano che una persona con disabilità resti confinata da qualche parte. Non concepiscono l’idea che noi, persone con disabilità, possiamo fare le cose come tutti gli altri, o meglio possiamo farle in un modo nostro, possiamo vivere lo stesso la nostra vita.

In un paese piccolo come il mio ci sono persone che non accettano assolutamente la disabilità, veri e propri negazionisti, che possono diventare deleteri per i parenti o per coloro con cui entrano in contatto. Per loro esiste solo un concetto univoco di normalità, e il resto non ha cittadinanza. In questo modo annullano la tua identità e pensano automaticamente che, se hai una disabilità, hai una vita di qualità molto inferiore a quella degli altri. È una cultura che può diventare devastante, specie nei confronti di bambini e ragazzi, che rischiano di perdere ogni fiducia in se stessi. Solo chi ha un carattere forte, infatti, è in grado di reagire, contrastando questa prospettiva e facendo capire che non siamo condannati ad una vita schifosa, ma che possiamo fare quello che desideriamo, a modo nostro, senza necessariamente adeguarci agli standard generali.

Nella mia stessa famiglia ho vissuto questi pregiudizi. Per un verso c’erano i miei genitori e i miei nonni paterni che non mi chiedevano di essere diversa da com’ero, sarà forse che loro stessi vivevano l’esperienza della disabilità. Ma per l’altro verso c’era tutta un’altra parte della famiglia che non accettava, e non accetta tuttora, le mie limitazioni. C’è chi avrebbe voluto un parente “normale”, chi evita proprio l’argomento e chi è sopraffatto dalla tristezza. Peccato però che tutto questo sia abbastanza fastidioso, nel senso che non sono una spettacolarità e non c’è nessun bisogno di sentirsi dispiaciuti per me. Mi dicono: “Oh mi dispiace che non ci vedi”. Ma che cosa ti dispiace? Io non conosco alternative, questa sono io. Cosa mi cambierebbe sapere che potrei vedere tutto? Io sto bene così.

La gente è convinta, magari in buona fede e con le migliori intenzioni del mondo, che devi per forza sanare la menomazione, ossia devi per forza essere normale. Ma questo non è il problema. Credo che chi, come me, ha una limitazione dalla nascita non ragioni in questi termini. Tu sei quello che hai sempre vissuto e cambiarlo probabilmente sarebbe altrettanto traumatico, al pari di una persona sana che si ritrovi menomata da un giorno all’altro. Io conosco questa vita, se ci fosse un modo per recuperare la vista forse ci proverei, però, se questo non è possibile, non c’è bisogno di svenarsi o di disperarsi.
Al contrario, starei decisamente meglio se il mondo intorno a me fosse più accessibile, con meno ostacoli e paletti vari ed eventuali. E se ci fossero più servizi di assistenza, perché in alcuni casi non ce la puoi fare senza. Oggi vedo veramente poco di tutto questo, sembra effettivamente che noi siamo relegati all’ultimo posto, proprio perché siamo una minoranza, perché deviamo dalla normalità, anche se non siamo esattamente pochi da un punto di vista numerico. In generale, credo che per gli organi d’informazione e per l’opinione pubblica sia minoranza tutto ciò che non è conforme al pensiero corrente. E non vale solo per la disabilità, ma anche per l’identità di genere, per l’orientamento sessuale, per gli stranieri. Tante minoranze quindi, che se le mettessimo insieme non sarebbero più tali.

Addirittura a me è capitato il paradosso di sentirmi dire che “uso troppo l’ingranditore” o che “devo iniziare a non affidarmi più allo smartphone”. Ma stiamo scherzando? Io sono una persona ipovedente, e non dovrei usare i facilitatori che mi permettono di leggere o di studiare perché mi devo sforzare di essere come tutti gli altri? Beh, per me, una cultura come questa è il vero problema, non la mia ipovisione! Un modo di ragionare che non fa altro che minare le basi della vita di una persona.
Non concepisco questo tentativo di denigrare o sminuire qualcuno, di voler ricondurre tutto ad una propria idea, ad una propria visione del mondo. Per me anche questo è abuso. Esistono tante persone, con tante esperienze e realtà diverse. Semplicemente non entra tutto in una scatola, la loro scatola, e quindi cerco sempre di stare alla larga da chi ragiona così.

Novembre 2017