Andare oltre le convenzioni

La storia di un ragazzo che scopre la propria omosessualità e impara a viverla oltre i pregiudizi, ma che diventato cieco da adulto inizia a fare i conti con una nuova realtà e nuove discriminazioni

Fin da ragazzo ho avuto un rapporto piuttosto conflittuale con la mia sessualità. Sentivo di avere in me qualcosa di non ordinario, ma lo giustificavo col fatto di essere cresciuto con due sorelle più grandi, ascoltando i loro discorsi e facendoli miei.
Ero un bambino piuttosto introverso degli anni ’70. Abitavo in un quartiere popolato da tanti ragazzini che giravano in bicicletta, ma per me ogni pretesto era buono per isolarmi. Non sentivo di far parte del gruppo dei coetanei. Non mi piaceva giocare a pallone o andare in giro con le cerbottane a sparare noccioli di ciliegie alle ragazzine, mi sembravano giochi stupidi e banali.
Poi, crescendo, ho iniziato a sospettare che in me ci fosse qualcosa di sbagliato. Le ragazze non mi interessavano e, pur tentando di comportarmi come gli altri, perché le convenzioni dicevano che a quell’età bisognava avere la fidanzatina, sentivo di fare qualcosa di innaturale per me. Non avevo ancora capito di provare attrazione nei confronti del mio stesso sesso, ma ero consapevole di non nutrire interesse per quelle esperienze.

Il mio primo innamoramento è arrivato da adolescente. L’approccio è stato a dir poco traumatico, mi sudavano le mani e mi tremava la voce nel dire a quel ragazzo che provavo per lui qualcosa di più rispetto all’amicizia. È stato un momento molto forte, che però ha segnato anche un allontanamento da parte sua. Essere omosessuale era una cosa fuori dal comune a quei tempi, non se ne parlava e non se ne vedevano in giro, eccetto che in televisione, figuriamoci in una cittadina di provincia come la mia.
Fu talmente un disastro, quella prima esperienza, che mi ripromisi di non affrontare più il discorso con nessun altro. Mi spaventava la sensazione di sentirmi diverso, ma soprattutto temevo di essere preso di mira dagli altri coetanei. Quegli aggettivi pesanti che mi affibbiavano tutte le volte che facevo qualcosa di non convenzionale, come non giocare a pallone, li ho sempre vissuti come una condanna. E così mi imposi di comportarmi come gli altri, di iniziare ad uscire con le ragazze. Non era quello che volevo davvero, ma lo facevo perché così doveva essere.

Poi è arrivato il servizio militare e in caserma ho scoperto che l’omosessualità non era affatto così rara come dalle mie parti. Ho conosciuto altre persone con cui parlarne, con cui avere le prime esperienze, e ho capito che la mia non era una malattia. Era sì qualcosa di inusuale, ma al tempo stesso era una condizione normale, vissuta da tanti. Alcuni alla luce del sole, molti altri mascherandola, fingendo un’apparente eterosessualità e conducendo di nascosto una doppia vita.
Tornato dal militare, quindi, decisi di vivere pienamente la mia sessualità. Non che girassi con un cartello sulla fronte: il mio privato restava comunque soltanto mio, però iniziai a frequentare dei locali, dei punti di ritrovo, lontani dalla mia piccola città di provincia, in contesti più grandi e aperti. Cominciai ad intrecciare delle relazioni e a superare l’idea di dover per forza rispettare le convenzioni per essere accettato dagli altri.

Da allora ho vissuto abbastanza liberamente la mia sessualità, fino a quando ho iniziato a perdere la vista a causa di una malattia degenerativa. E da lì è di nuovo cambiato tutto. Non potevo più fare le stesse cose di prima, perché non ero più autonomo negli spostamenti. Inoltre, vivendo in un piccolo centro, anche se del Nord, la possibilità di conoscervi uomini gay era, e continua ad essere, difficilissima. Come si dice, «il paese è piccolo e la gente mormora». Così, i miei rapporti sociali e sentimentali letteralmente crollarono.

Per fortuna arrivò internet, portando con sé nuovi mezzi di comunicazione e tutto un mondo fatto di annunci, chat e forum dedicati. Iniziai così a prendere i primi contatti e a conoscere altre persone, ricevendo però anche tante porte in faccia a causa della disabilità.
Inizialmente, infatti, volevo essere sincero con tutti e dire da subito che ero cieco. Su cento persone con cui parlavo, però, ben pochi rimanevano ad ascoltarmi, e solo un paio accettavano di incontrarmi. In più, quelli che mi incontravano soffrivano della classica sindrome di Candy Candy, la crocerossina dei cartoni animati: il fatto di frequentare una persona handicappata li faceva sentire bene, in pace con se stessi! Considerandosi diversi, perché omosessuali, ricevevano conforto dal frequentare una persona omosessuale cieca, che ritenevano stesse peggio di loro e dalla quale pensavano di poter essere accolti. Ma non era certo questo ciò che volevo: essere compatito o diventare una sorta di telefono amico. Io desideravo una persona con cui condividere un percorso di vita.

Un altro grosso problema legato al mondo virtuale è che la maggior parte delle persone vi cerca soprattutto sesso, mentre nella vita reale chi ha un po’ più di prospettive e di obiettivi non si approccia di sicuro ad una persona con disabilità.
Se sono ad esempio seduto al tavolino di un bar, è difficile che qualcuno mi si avvicini, lo fa solo se mi conosce o se mi sente parlare con qualcun altro, perché in questo modo capisce che c’è una persona dietro alla disabilità e magari si rende conto che ho una storia, un vissuto da raccontare.
Tanto per fare un esempio concreto, da quindici anni a questa parte vado ogni mattina a fare colazione nello stesso locale e ormai posso dire di conoscere tutti, ma all’inizio nessuno veniva a sedersi vicino a me, nemmeno se tutti gli altri posti erano occupati. La disabilità spaventa, non lo fanno con cattiveria, ma ciò che non si conosce mette paura. Ti vedono con un cane guida o con il bastone bianco e non si avvicinano.
È per questo che, quando ancora frequentavo i siti internet, ho deciso con il tempo di adottare un approccio diverso. Non dicevo più di essere cieco da subito, ma aspettavo che ci fosse uno scambio di messaggi e un approccio telefonico prima di parlare della mia limitazione visiva, perché dichiararsi subito cieco è quasi come scrivere sulla porta di casa: «Qui tu non puoi entrare perché c’è un handicappato», e le persone non ti vogliono nemmeno incontrare.

Dopo aver fatto questa scelta, ho conosciuto qualche persona in più, ma questo non ha cambiato troppo la mia vita. Sicuramente ho fatto più sesso, ma non ho mai avuto una storia seria, che mi abbia portato da qualche parte e nessun rapporto è durato più di qualche mese.
Certo, il web è frequentato anche da persone stupende, che ho conosciuto e con cui mantengo tuttora rapporti di amicizia, ma alla fine non ho mai trovato una persona con cui costruire davvero qualcosa.

Gennaio 2018