I paradossi dell’accessibilità e i pericoli della strada

Una lavoratrice con disabilità visiva si sofferma sull’accessibilità, sia rispetto al posto di lavoro che al percorso per arrivarci, possibilmente sana e salva

Nella vita lavorativa di Antonella, donna con disabilità visiva, sono soprattutto due le note dolenti: l’inaccessibilità di alcuni software e gli ostacoli alla mobilità che rendono faticoso il tragitto quotidiano casa-lavoro.
«Il paradosso - spiega lei stessa - è che il computer è accessibile ai non vedenti, ma i software per il lavoro interno spesso non lo sono affatto. In pratica, la mia azienda ha rispettato la Legge Stanca garantendo l’accessibilità del suo sito internet, e quindi io posso fare tutto ciò che è consentito ad un qualsiasi utente del web. Quando però entro nella nostra intranet e accedo al programma di gestione, che non è soggetto alla Legge Stanca, la sintesi vocale si blocca e io non posso più andare avanti nel mio lavoro. Ci ho provato in mille modi, ma non è servito a nulla. L’unica strada sarebbe quella di accedere ai fondi previsti dalla Legge 68 per l’adattamento del luogo di lavoro, e su questo la mia azienda si è dichiarata assolutamente disponibile. Tra l’altro ha in programma di cambiare a breve il software gestionale, il che permetterebbe di operare a livello nativo, ossia non di rendere accessibile qualcosa che esiste già, ma di progettare qualcosa di nuovo che sia accessibile all’origine. Un’opportunità, questa, che in informatica è certamente fantastica. L’unico ostacolo sono però le risorse economiche, che risultano bloccate. Con l’associazione di cui faccio parte, siamo andati in Regione a chiedere conto della situazione ed è saltato fuori che le risorse, per quest’anno, semplicemente non le avevano previste, perché di solito al fondo non attinge mai nessuno. E quindi dovrò aspettare e sperare per il prossimo anno. Ulteriore paradosso: il fondo cui volevo accedere è alimentato dalla riscossione delle multe comminate alle aziende che non rispettano gli obblighi di impiego dei lavoratori con disabilità, laddove invece la mia azienda è in regola, e lo era già prima della mia assunzione!».

In attesa delle possibili opportunità future, Antonella può fare affidamento sulla disponibilità delle colleghe. «In azienda - spiega -, per controllare la tua produttività rispetto ai compiti che ti sono affidati, devi ogni volta aprire una sorta di documento per tracciare quello che hai fatto, dall’inizio alla fine. Ebbene, questa è una delle attività che non posso espletare da sola, proprio per l’inaccessibilità del software gestionale. Quindi, tutte le volte che concludo un iter lavorativo, devo chiedere ad una collega di compilare quel documento; lei accede con le mie credenziali e quindi l’azienda sa che è un lavoro condotto da me, ma è lei a computare i dati. L’unico inconveniente è che devo cogliere il momento in cui qualcuna sia libera per aiutami, e questo in un ambiente di sole donne che lavorano come api operaie è davvero molto raro. Oppure un altro escamotage che abbiamo adottato è che all’inizio di ogni mese una collega mi invia la lista con i numeri telefonici, le e-mail e i contatti di tutti i lavoratori, per cui se devo spedire una comunicazione ho il mio bel file in formato excel e non devo disturbare nessuno».

«In azienda, i miei punti di riferimento per l’adattamento del posto di lavoro - prosegue Antonella - sono, in prima battuta, la mia referente diretta, e per le questioni più complesse il capo dell’area manager e la responsabile delle risorse umane. Tutte persone che, se hai bisogno, ti chiamano praticamente subito e cercano di concordare con te una soluzione. Peraltro la mia presenza in azienda è stata anche di stimolo per una nuova idea di business. Stiamo infatti lavorando per offrire alle imprese che sono nostre clienti un pacchetto di servizi legati all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Quindi, non solo rispettare gli obblighi della Legge 68 e non pagare le multe, ma mettere il lavoratore con disabilità nella condizione di essere produttivo. E sulla realizzazione di questo progetto si affidano molto a me, per capire come poterlo realizzare, per trovare soluzioni tecniche e organizzative che favoriscano una reale inclusione lavorativa».

L’altra nota dolente è quella della mobilità. «Io sono sempre andata al lavoro con i mezzi pubblici - precisa Antonella - da sola, con il mio cane guida. La mia casa è ad appena quattro fermate di tram dalla sede aziendale e quindi è tutto molto comodo. Il problema, però, è che sia all’andata, quando scendo dal tram, che al ritorno, quando lo vado a prendere, devo attraversare quattro grandi corsie, sprovviste di semafori sonori. Più di una volta ho rischiato di finire sotto una macchina, anche perché lì non si possono usare le classiche tecniche di attraversamento: essendo uno slargo, il rumore del traffico non è lineare, e non si può neanche procedere a passo veloce perché ci sono le rotaie. Quindi ogni volta preferisco chiedere aiuto agli altri pedoni, anche se non sempre c’è qualcuno che attraversa quando devo farlo io. Questo per me è un grande motivo di stress: se ci fossero infatti i semafori sonori sarei più che tranquilla, però la situazione della mia città in proposito fa veramente piangere! In più, per eliminare le barriere architettoniche ne hanno create di sensoriali, cosicché quando sono su un’isola pedonale non me ne accorgo neanche, perché è priva del più piccolo riferimento tattile. Quindi io non so con esattezza dove mi trovo; il mio cane guida ovviamente lo sa, ma non esiste un comando per fargli capire di fermarsi quando finiscono le strisce e poi di ripartire. In sostanza, è come un terno a lotto e non si sa mai come andrà a finire!».

Settembre 2018