Le Paralimpiadi: il mio sogno perfetto

Il rapporto di una donna cieca con lo sport: da una passione ordinaria all’attività agonistica, fino all’approdo in Nazionale e alle Paralimpiadi

Lara è sempre stata una grande appassionata di sport, ha praticato nuoto fin da bambina, ma ha anche sperimentato altre discipline. «Ho provato un po’ di tutto - racconta - finché non sono approdata quasi casualmente al canottaggio».
L’occasione è arrivata quando ha iniziato a perdere la vista, poco dopo la maggiore età, a causa di una malattia degenerativa, e si è iscritta ad un’associazione di persone con disabilità visiva per ricevere un supporto concreto. «All’epoca - spiega Lara - il gruppo sportivo dei non vedenti, di cui faccio parte ancora oggi che ho 36 anni, organizzava con la Società Canottieri della mia città un corso di avvicinamento al canottaggio. Ero abbastanza incuriosita da questa possibilità: da una parte lo consideravo uno sport strano, ma dall’altra parte mi piaceva l’acqua e adoravo stare fuori all’aperto. E così mi sono detta: “Proviamo!”».

Non è stato tuttavia un amore a prima vista. «All’inizio - ammette infatti Lara con sincerità - non mi è piaciuto molto. La prima volta che sono salita in barca ho pensato: “Non vedo l’ora di scendere”. Il canottaggio, infatti, è uno sport particolare. Innanzitutto si rema al contrario rispetto al senso in cui si è rivolti, poi il remo è attaccato alla barca e quindi ti dà la sensazione di non poterlo gestire. Eppure, nonostante non avessi provato una grande emozione, avevo comunque il desiderio di approfondire, mi era rimasto qualcosa dentro. E così ho continuato a seguire il corso, una volta alla settimana, fino a quando gli allenatori hanno capito che avevo un buon potenziale. Mi hanno chiesto di andare in altri orari, in altri giorni, con una maggiore frequenza, e soprattutto mi hanno proposto di non limitare la mia attività al corso per non vedenti, ma di unirmi agli altri ragazzi senza disabilità che praticavano questo sport».
Lara racconta con entusiasmo questa evoluzione: «È stata una delle cose più belle che mi potessero capitare, ero felicissima, perché era un modo per potermi allenare insieme a tutti gli altri ragazzi della mia età. Eravamo tutti giovani, sportivi: era il mio ambiente ideale».

Di lì a poco si è materializzata per Lara un’altra grande opportunità. «I miei allenatori hanno contattato l’allenatrice della Nazionale di canottaggio per disabili, e sono stata convocata. Il primo giorno è stato una cosa fantastica, perché entravo nel mondo a cui qualunque sportivo aspira da sempre. Vedere quei body con la scritta “Italia”, che i canottieri indossano in Nazionale, è stata una vera emozione. In un primo momento hanno iniziato a farmi dei test per capire a che livello fossi, poi mi hanno detto di continuare ad allenarmi sodo con la mia società, invitandomi ai successivi raduni della Nazionale».

Si è presentato quindi per Lara il «miraggio delle Paralimpiadi», un sogno voluto e conquistato con il sudore e con le lacrime. «Era un’occasione molto lontana - racconta - ma che potevo concretizzare, con tanto impegno, con sacrificio. Mi allenavo tutti i giorni, e contemporaneamente lavoravo part-time. Il livello internazionale è molto alto, per cui non potevo permettermi di saltare un allenamento, di dire “Oggi non sto bene e non vengo”. In quell’ambito devi essere sempre presente, dare il massimo, superare costantemente i tuoi limiti. È stato quindi un periodo anche molto stressante, sia fisicamente che psicologicamente, ma poi la ricompensa è stata enorme. Non abbiamo vinto medaglie, ma il mio sogno di partecipare alle Paralimpiadi si è realizzato».

La convocazione le è stata comunicata poco tempo prima della partenza. «Io non ricordo mai le date - confessa - invece quella lì penso che non la scorderò mai: era infatti il 18 luglio, quando ho saputo di essere titolare sulla barca che partiva a settembre per le Paralimpiadi. L’allenatrice ha aspettato fino all’ultimo per selezionare i componenti migliori. Ci ha mescolati, mixati, ribaltati come calzini, finché non ha trovato l’equipaggio giusto, quello capace di dare il meglio sia dal punto di vista tecnico, che mentale, in grado di affrontare una gara di quel tipo. Eravamo in cinque in barca, quattro vogatori più il timoniere, due donne e due uomini, con disabilità differenti. E quell’equipaggio era esattamente quello che avrei scelto io, se avessi potuto. Anche per questo, quando l’ho saputo, è stata una vera esplosione, il sogno perfetto che si avverava».

Si è aperto a quel punto il capitolo Paralimpiadi. «Se potessi, vivrei sempre nel Villaggio Olimpico - ammette Lara -, è bellissimo perché ti trovi in mezzo a persone che amano lo sport come te, non devi dimostrare niente a nessuno, sei già sul tetto del mondo per il semplice fatto di essere lì. E poi, essendo Paralimpiadi, non vieni vista come la persona disabile, in quel contesto avere una limitazione è la normalità, non devi spiegare niente a nessuno, è tutto naturale. Mi sentivo proprio a mio agio, mi sentivo libera. Senza contare che c’era tutto il mondo concentrato in uno spazio ristretto, ascoltavi tante lingue diverse, parlavi con sudamericani, nordamericani, asiatici, giapponesi. E a me, che sono un’amante dei viaggi, questo fatto mi faceva letteralmente impazzire di gioia».

Con il tempo Lara ha abbandonato la pratica agonistica, ma non l’attività sportiva. Sicuramente qualche rammarico le è rimasto, ma ha messo in conto la fatica, non solo degli allenamenti, quanto soprattutto degli spostamenti, del tempo trascorso sui mezzi di trasporto per andare e tornare.
«Io mi muovo tranquillamente con il bastone - spiega -, ormai conosco perfettamente la mia città, che è ben servita dai mezzi di trasporto pubblici; non è un caso che abbia scelto di abitare a due passi dalla fermata della metropolitana. Però per arrivare sul posto degli allenamenti impiegavo trenta o quaranta minuti, sia all’andata che al ritorno, che venivano dopo una giornata di lavoro. Questo a lungo andare ha iniziato a pesarmi. Probabilmente, se avessi abitato lì vicino, da poterci andare a piedi, o se ci fosse stato qualcuno ad accompagnarmi in macchina, probabilmente non avrei smesso. Ma mia mamma ha potuto farlo solo per un breve periodo, non fruisco di buoni taxi per le persone con disabilità e non mi avrebbero certo assegnato un accompagnatore per un’attività sportiva. Ovviamente la priorità spetta a chi lo usa per lavoro, per andare a scuola, per visite mediche. Oggi, comunque, non ho smesso di fare sport e nell’azienda dove lavoro ogni tanto mi coinvolgono, nell’ambito dei corsi di formazione che organizziamo, per raccontare la mia esperienza sportiva, una testimonianza concreta sui processi di costruzione dei team di lavoro».

Luglio 2018