Più delle persone a volte conta la facciata!

Le difficoltà sul lavoro raccontate da una donna con disabilità visiva impiegata in una pubblica amministrazione, di cui lamenta le discutibili scelte logistiche e di priorità

Per Renata, cieca da quando aveva più o meno vent’anni, i maggiori problemi sul lavoro sembrano arrivare più da un certo modo di muoversi da parte di chi gestisce la cosa pubblica, che non da difficoltà oggettive legate alla sua limitazione visiva.
Renata, infatti, è impiegata in una pubblica amministrazione, un po’ come centralinista, un po’ come segretaria, e non si lamenta troppo per le apparecchiature di cui dispone: «Ho il computer con la sintesi sonora - racconta -. I problemi, semmai, sono causati dal fatto che non si vogliono mai spendere troppi soldi. Ora, ad esempio, nel nostro ufficio avremmo bisogno di un nuovo computer, con funzionalità più aggiornate, ma al momento non se n’è fatto ancora nulla».
Sono problemi generali, quindi, come quelli di un qualsiasi altro ente locale che debba fare i conti con i tagli di bilancio. Quel che invece Renata non riesce proprio ad accettare è il fatto che «a volte - come sintetizza lei stessa - si preferisce spostare di stanza una persona che magari ha delle difficoltà, pur di realizzare iniziative di utilità discutibile, motivate solo da esigenze di facciata».

Quanto mai rappresentativo, in tal senso, è il caso del fasciatoio, sul quale Renata non risparmia i dettagli. «L’ufficio in cui ero prima, insieme ad altri due colleghi, mi andava benissimo - racconta - e lì potevo disporre anche di una barra Braille. A un certo punto, però, hanno deciso di allestire una saletta per fasciare i bambini, per poterli accudire e allattare, e per farlo hanno scelto proprio la nostra stanza, che era la più visibile. Il problema, però, è che a parte l’esigenza particolare di una rappresentante dell’ente pubblico divenuta mamma, qui da noi di bambini non se ne vedono affatto. Quando ci sono delle mostre o altri eventi aperti al pubblico, non arrivano mai madri con neonati e nemmeno con bambini in passeggino. Se vengono le scolaresche, accompagnate dagli insegnanti, si tratta sempre di ragazzini dagli 8 anni in su. Insomma, posso dire con certezza che dalla portineria un passeggino io non l’ho mai visto entrare. Poi, per carità, è comunque un’iniziativa apprezzabile, un fatto di civiltà, ma allora servirebbe molto di più un asilo nido. Quello sì avrebbe risolto i problemi di dieci, quindici mamme lavoratrici, compresa me. La spesa pubblica per un fasciatoio, invece, non è per niente giustificata, proprio perché non si può parlare di un’utenza che ne abbia la necessità. In quel periodo tutto il personale si chiedeva: “Ma davvero faranno una cosa del genere? Non è possibile, rimarrà inutilizzato!”. E invece l’hanno fatto, con tanto di pubblicità e belle fotografie, usando la nostra stanza e spostandoci come dei birilli».

La prima soluzione prospettata a Renata, tra l’altro, appariva del tutto inaccettabile e l’ha costretta a fare la voce grossa. «Ci volevano sistemare in un posto da cui avremmo dovuto attraversare il cortile - spiega - in mezzo alle macchine e con grandi difficoltà per arrivare alla fermata della metropolitana. “Non se ne parla nemmeno!”, ho detto, e mi sono proprio impuntata, minacciando di telefonare a tutti i rappresentanti regionali e di far intervenire anche le associazioni di tutela delle persone con disabilità. A quel punto si è arrivati ad un compromesso, trovando un’altra soluzione, decisamente migliore della precedente, ma non per questo priva di criticità. Hanno infatti smembrato il nostro gruppo di lavoro: io e l’altro collega cieco siamo stati collocati in una stanza più piccola e la terza collega è stata spostata dall’altra parte del cortile. Cosa che comunque ci costringe, in caso di esigenze di lavoro, a fare la spola da un posto all’altro».

In quella situazione, è emerso quindi un tratto del carattere e del comportamento di Renata, che ne contraddistingue la storia lavorativa di donna con disabilità. È la necessità di farsi rispettare, alzando anche la voce quando necessario.
Come collaboratrice di un’associazione di persone con disabilità visiva, pensa ad esempio alle difficoltà che alcune persone cieche incontrano rispetto alla dotazione di strumenti di lavoro accessibili. «Si potrebbe e si dovrebbe fare sempre di più - sostiene -, sia in generale che in particolare per le persone con disabilità. Quello che conta molto, però, è anche come tu stesso costruisci il tuo percorso all’interno del posto di lavoro. E quindi devi farti sentire, far valere i tuoi diritti, perché se stai zitto rischi di non andare da nessuna parte. È una cosa di cui sono fermamente convinta: l’inclusione lavorativa, almeno per quanto riguarda la mia esperienza in un ufficio pubblico, dipende molto dal rapporto che riesci ad impostare con l’amministrazione, dialogando quando si può, ma anche lottando quando serve!».

Febbraio 2018