Poche scelte in una piccola città

Scelte formative limitate, nessuna possibilità di avanzamento di carriera, solitudine e abbandono sono il vissuto di una donna cieca, che investe la propria esperienza nell’impegno associativo

Traffico, problemi di mobilità, lunghe distanze: in genere una grande città rischia di amplificare gli ostacoli già vissuti da una persona con disabilità. A Sonia, invece, è successo proprio il contrario. E oggi, che ha quasi sessant’anni, la sua visione è fortemente condizionata dall’aver vissuto in un piccolo centro, che a più riprese ne ha determinato le scelte, sia ai tempi dell’università che quando ha iniziato a lavorare.

Sonia è non vedente dall’età di diciotto anni, a seguito di una malattia. Per lei iscriversi all’università è stato soprattutto un modo per tenere lontana la grande solitudine che l’ha colta, quella di una donna che all’improvviso deve fare i conti con una situazione del tutto nuova, senza poter più leggere come prima e con gravi difficoltà di comunicazione.
Il contatto con i compagni di studio, con i professori, può essere dunque un buon rimedio, che diventa anzi una necessità in un piccolo ateneo come il suo, ancora mancante di servizi adeguati per le persone con disabilità. Sono infatti proprio alcuni compagni ad affiancarla negli spostamenti in pullman da casa, e soprattutto ad aiutarla con la registrazione delle lezioni e degli esami.
In una grande università Sonia avrebbe probabilmente scelto un altro corso di studi, ma non avendo la possibilità di trasferirsi ha dovuto fare di necessità virtù e iscriversi alla facoltà di Pedagogia, una delle poche presenti nella città più vicina al suo paese.

Nemmeno dopo la laurea, però, si intravedono per lei grandi alternative e le possibilità di lavoro reali fanno riferimento alle occupazioni ancora riservate ai ciechi: centralinista o fisioterapista. Sonia diventa quindi centralinista in una società pubblica, dove all’inizio si scontra con tutti i problemi legati alla mancata conoscenza della disabilità.
Le mansioni da svolgere non la preoccupano più di tanto: con il registratore, infatti, se la cava benissimo e, pur non amando troppo le nuove tecnologie, vi si adegua poco per volta. Quello che la impegna di più, invece, è proprio il lavoro sull’atteggiamento degli altri nei suoi confronti. Il carattere aperto la aiuta, ma è comunque faticoso dover abituare le persone ad un linguaggio normale, ad un comportamento più disinvolto.

Pian piano i risultati arrivano e Sonia si inserisce sempre meglio nel nuovo ambiente, ma a quel punto capisce anche che le sarà impossibile ottenere un avanzamento di carriera e un lavoro più qualificato.
Con la sua laurea, avrebbe tutti i titoli per partecipare con successo alle selezioni interne della sua società, ma i responsabili cercano di scoraggiarla con ogni mezzo: mansioni più complesse - è il pensiero di Sonia - avrebbero richiesto nuovi ausili, corsi di formazione, un sistema da riorganizzare completamente, in modo adeguato alle sue necessità. E invece si preferisce lasciare tutto così com’è e farle capire che il suo posto altro non può essere che quello di centralinista.
E così Sonia si arrende e, come capita a molte altre persone, si accontenta di un lavoro che non ama affatto, ma che per lo meno le garantisce l’indipendenza economica.

È questo il momento in cui entra in contatto con il mondo delle associazioni, mettendo in gioco una serie di esperienze vissute negli anni, come quella di una famiglia - la sua - praticamente lasciata sola, sia dalle istituzioni che dalle associazioni, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto imparare a sostenere una figlia divenuta improvvisamente cieca. O anche l’esperienza di una diciottenne - lei stessa - abbandonata in un batter d’occhio da quasi tutti gli amici, anche da quelli d’infanzia, come se la sua nuova condizione li avesse fatti scappare spaventati.
È una vera e propria situazione di abbandono che Sonia riconosce anche in altre persone con disabilità, soprattutto donne, che come lei vivono in un piccolo centro, vittime di retaggi culturali ancora arretrati. Ed è soprattutto alla situazione delle periferie che decide di dedicare il suo impegno associativo, ritenendo che proprio qui vi sia il maggior lavoro da fare, per ottenere l’assistenza necessaria, mezzi di trasporto più adeguati, scuole accessibili e magari un’università piccola ma con tutto quel che serve ad una persona con disabilità.
Solo così, infatti, facendo balenare alle persone la realtà di una società nuova, Sonia crede si possa combattere la rassegnazione di tanti che vivono chiusi nelle loro case. Solo così pensa che inizieranno ad uscire, ad incontrare gli altri e a scegliere liberamente la loro strada, come raramente ha potuto fare lei.

Novembre 2017