Quanti sacrifici da fare!

Il percorso disseminato di ostacoli che una donna con disabilità deve superare per trovare un’occupazione e conciliare i tempi di vita con i tempi di lavoro

Serve la patente di guida per fare la psicologa? Generalmente no, ma ad una donna con disabilità visiva sembrerebbe proprio di sì!
Ma andiamo con ordine.
Dopo la laurea in Psicologia, il relativo tirocinio e l’esame di Stato, il percorso lavorativo di Roberta, giovane donna con limitazione visiva congenita, appare letteralmente disseminato di incontri all’insegna della discriminazione, due dei quali particolarmente significativi.

Il primo incontro avviene subito dopo l’esame di Stato e nonostante lei abbia un adeguato curriculum tra le mani. Lì, infatti, basta una rapida occhiata a Roberta e l’operatore del Centro per l’impiego pensa bene di dirle che, anziché cercare un lavoro, avrebbe potuto tranquillamente starsene a casa e vivere con la pensione e l’indennità di accompagnamento!
A quel punto Roberta chiede di conferire con il direttore, che fortunatamente si dimostra una persona preparata e sensibile. Nei fatti, però, il Centro per l’impiego ben poco di concreto riesce ad offrirle. Eppure dovrebbe essere una struttura pubblica pronta a favorire sul proprio territorio l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, oltre ad attuare iniziative e interventi di politiche attive.

L’altro incontro segnato dalla discriminazione avviene al momento di partecipare ad un concorso pubblico per un posto di psicologo indetto dalla propria Provincia.
Roberta scarica il bando da internet e subito si rende conto che tra i requisiti richiesti vi è anche il possesso della patente di guida. Cosa scrivere allora sulla domanda? La risposta di un operatore della Provincia, interpellato per avere indicazioni utili, è a dir poco sconcertante: le consiglia infatti di dichiarare il falso, ossia di avere la patente, dal momento che eventuali problemi si sarebbero presentati solo in caso di superamento del concorso!
Roberta rimane senza parole e si consulta con un amico avvocato. Decide quindi di compilare la domanda, rendendo noto di essere in possesso di tutti i requisiti richiesti, salvo quello della patente di guida, in quanto persona con disabilità visiva. Dichiara anche di essere una persona autonoma, già inserita nel mondo del lavoro, grazie al sostegno dei volontari in Servizio Civile di cui gode per trenta ore alla settimana. Sottolinea infine che le persone non vedenti hanno diritto all’indennità di accompagnamento, da poter impiegare come meglio credono.
Un mese dopo la Provincia le comunica la mancata ammissione alla preselezione del concorso, naturalmente per la mancanza della patente di guida. Parte così un’azione legale, che trova un prezioso sostegno anche in alcuni organi d’informazione e che alla fine consente a Roberta di essere ammessa alla preselezione.
Ciò che però le resta dentro è una buona dose di frustrazione e dolore, causati, ad esempio, dal sentirsi dire in Tribunale che senza patente non avrebbe potuto muoversi. Invece era ben noto a tutti che già al momento del concorso Roberta si spostava quotidianamente per lavoro, in sedi anche lontane.

Oggi, fortunatamente, la sua situazione lavorativa è più stabile e autonoma, grazie anche al contributo delle nuove tecnologie, e in particolare dei programmi di sintesi vocale applicati al suo computer, che per lei, donna con disabilità visiva, sono fondamentali. Nemmeno qui, tuttavia, le cose sono sempre facili, ad esempio quando ci si imbatte in strumenti informatici non accessibili alle persone non vedenti.
E sempre tanti sono i sacrifici, con troppe cose da mettere insieme. Da una parte il lavoro, con le sue difficoltà e i faticosi spostamenti, spesso resi complicati dal mal funzionamento dei mezzi pubblici, dall’altra parte la famiglia e la gestione della casa. Senza contare che ci sarebbe anche da vivere!

Ci sono momenti in cui la duplice condizione di persona con disabilità e di donna pesa più di altri, e superarli richiede una grande organizzazione fisica e mentale, all’insegna dell’autonomia. Perché alla fine, nonostante ci sia collaborazione da parte del marito, anche il carico maggiore delle faccende domestiche ricade sulle spalle di Roberta.
Lei tuttavia non se ne lamenta troppo, anche se oggi è ben consapevole di alcuni dati di fatto: che tanto è cambiato in questi ultimi decenni e che è cresciuta la consapevolezza dei propri diritti da parte delle stesse persone con disabilità. Ma che in alcuni settori, soprattutto a livello dei servizi disponibili, si fa ancora troppo poco. E che per una donna con disabilità entrare nel mondo del lavoro continua ad essere molto complicato, tanto più se quella donna ha anche una famiglia.

Luglio 2017