Il lavoro dovrebbe restituire gratificazioni

Le chiusure dell’ambiente lavorativo nei confronti delle persone con disabilità: pregiudizi, gap retributivi, mansioni preordinate, difficili avanzamenti di carriera e scarsi servizi di supporto

Marzia è una centralinista cieca, in un’epoca in cui da più parti si tenta con forza di rendere obsoleto questo classico binomio. O, per lo meno, di creare per le persone con disabilità visiva nuove occasioni di lavoro, diverse da quelle tradizionali del fisioterapista, dell’insegnante - per lo più di musica - o appunto del centralinista.

Nemmeno Marzia, del resto, è troppo soddisfatta della sua occupazione.
Dopo la scuola, si è da subito adattata a fare un po’ di tutto, per la sua grande voglia di essere attiva e di rendersi autonoma, sia dal punto di vista economico che a livello personale. Ha perfino tentato di vendere enciclopedie porta a porta, imparando a memoria ciò che avrebbe dovuto dire ai possibili clienti sui contenuti di quei grossi volumi.
È stato poi il contatto con una grande associazione di persone con disabilità a portarla verso quel corso da centralinista, grazie al quale avrebbe conosciuto il futuro marito e trovato un’occupazione.

Nel nuovo ambiente di lavoro si è imbattuta sin dal primo giorno in due diversi atteggiamenti, entrambi molto diffusi nei confronti di una persona con disabilità. Da una parte quella compassione fatta di mezzi sguardi, di discorsi a base di “poverina”, carpiti vicino al distributore del caffè. Dall’altra parte, in modo pure insopportabile, l’atteggiamento di chi pensa che lei potrebbe tranquillamente restarsene a casa, con la sua pensione di invalidità, anziché andare a togliere il lavoro ad altri.
Marzia avverte benissimo questi pregiudizi e avrebbe voglia di mollare, ma quel lavoro insoddisfacente e pure mal pagato le serve come il pane, specie dopo che la famiglia si è allargata, con l’arrivo di due bambini.

Un po’ per volta, però, le cose iniziano a migliorare. Disabilità o meno, infatti, una maggiore conoscenza reciproca può spesso fare la differenza. Ed è quanto capita anche a Marzia, via via riconosciuta e valorizzata come una persona che lavora al meglio e non più come una disabile arrivata per sottrarre il lavoro altrui. A restare immutati, o a crescere, sono invece la fatica e l’insoddisfazione.
Marzia corre ogni giorno, ed è in fondo quel che succede a tutte le famiglie in cui i genitori lavorano e i figli sono piccoli. Ma per lei gli ostacoli da superare sono un po’ più alti.
L’automobile c’è, ma sia lei che il marito, anche lui con una limitazione visiva, hanno bisogno di qualcuno che la guidi. Per questo e per altre faccende, apprezza molto il contributo dei volontari in Servizio Civile, anche se non si tratta di un’assistenza stabile ed è costantemente esposta al taglio dei fondi. Per le pulizie in casa l’aiuta una signora. Tutto, però, è dannatamente difficile e costoso: Marzia, infatti, deve arrangiarsi soprattutto con servizi privati, scontrandosi con lo scarso supporto pubblico, che è ancora più scarso nei confronti di una donna con disabilità.
Nella città in cui vive, ad esempio, le capita spesso di doversi spostare per lavoro o per motivi personali, e certe commissioni che un’altra persona potrebbe sbrigare in un’ora, a lei possono richiedere anche mezza giornata. Sono i momenti in cui soffre di più per la mancanza di un sostegno, quale potrebbe essere un accompagnatore.

E, tuttavia, i tanti problemi non ne hanno fiaccato la voglia di essere attiva, ciò che, se possibile, la fa stare ancora peggio. L’ambiente di lavoro, infatti, è migliorato e ora si sente accolta, ma le mansioni restano monotone e banali.
Nel suo piccolo ufficio arrivano poche telefonate e sin troppo spesso è lei stessa che cerca di dare dignità alle sue giornate lavorative, inventandosi letteralmente nuove occupazioni, anche non richieste, per sentirsi sempre motivata.
Ascolta i colleghi esprimere il desiderio di trasferirsi in altri uffici, per poter lavorare meno, e si sente una mosca bianca, perché lei vorrebbe invece lavorare di più o forse solo lavorare con maggiori gratificazioni. Ed è un pensiero, il suo, non più tanto legato al fattore economico, perché ora lo stipendio è accettabile, ma proprio ad una questione di soddisfazione personale, legata alla consapevolezza di valere più di ciò che fa, in una situazione, tra l’altro, che non offre alcuna prospettiva di avanzamento.
Ad un certo punto comprende che per trovare qualcosa di meglio dovrebbe forse rimettersi sui libri, per aggiungere qualche titolo al suo diploma di scuola superiore. E alla fine è proprio quello che decide di fare, ponendosi di fronte ad altre vette da scalare e a nuovi obiettivi da raggiungere.

Marzia sta cercando di cavalcare l’onda di una società che sembra pian piano rendersi conto e apprezzare le potenzialità di una persona con disabilità.
Sa che in quanto donna troverà ostacoli ancora più grandi, rispetto ad un uomo nella sua stessa condizione: suo marito è un illuminante termine di paragone. Ma la strada ormai è avviata e, grazie anche alla sua proverbiale tenacia, Marzia si impegna quotidianamente per realizzare i proprio obiettivi.

Ottobre 2017