Le scelte che cambiano la vita

Una donna cieca racconta il suo percorso di vita e di lavoro, sottolineando l’importanza degli strumenti di facilitazione e delle nuove tecnologie

Non è per niente facile perdere la vista intorno ai vent’anni, l’età in cui pensi che ogni possibilità ti si apra davanti. È come trovarsi di fronte ad un muro e facilmente può succedere di arrivare ad un passo dalla depressione.
È capitato a me, Giovanna, che ora di anni ne ho 48 e che ormai da tempo faccio l’analista programmatore, anche se la vista nel frattempo mi ha del tutto abbandonato.
Ma cosa è successo da allora? Da quei vent’anni in cui una malattia subdola, come la retinite pigmentosa, iniziò a manifestarsi proprio mentre studiavo informatica all’Università?
Come prima cosa ho voluto a tutti i costi chiudere il ciclo degli studi, soprattutto per non gettare al vento tanti sacrifici miei e della mia famiglia. Fu una prima scelta del tutto azzeccata!
C’era però un problema pratico non da poco: come fare a leggere, scrivere e prendere appunti con una vista sempre più traballante. E così ho scoperto gli strumenti di ingrandimento, grazie ai quali ho potuto finire gli ultimi esami e preparare la tesi.

A quel punto, che fare con questa benedetta laurea? E, prima ancora, come accettare quel che mi stava capitando?
L’ipovisione è una condizione molto particolare: puoi avere un ventesimo di vista, e un po’ continui a vederci leggendo al computer con l’ingranditore. Insomma, è un’altra cosa rispetto al non vederci per niente. E io non mi sentivo una cieca. Mi sentivo una che vedeva, male, ma vedeva, e non mi volevo omologare ai ciechi.
Passavo le giornate a chiedermi: «Se esistono strumenti per la videolettura e la videoscrittura, strumenti quindi che ingrandiscono, ci sarà anche qualcosa per fare lo stesso con il computer?»

Scoprii così l’esistenza di un corso di formazione professionale per persone ipovedenti e cieche, dedicato proprio a chi volesse lavorare nel campo dell’informatica. Iscrivermi a quel corso fu la seconda scelta fondamentale della mia vita, sia dal punto di vista lavorativo che da quello dell’autonomia personale.
Fu un’esperienza che durò un anno e che mi fece imparare innanzitutto ad usare la tastiera del computer senza vederla: non potevo crederci! Poi arrivarono le lezioni con insegnanti provenienti dal mondo delle aziende informatiche, in aule perfettamente attrezzate.
Eravamo diciassette in tutto, tra ciechi e ipovedenti, dai 25 ai 32 anni, e fu come vivere un anno in collegio. È proprio lì che io, ipovedente, ho imparato ad accettare la cecità: inizialmente quella degli altri, più avanti anche la mia.
Prima vedevo i ciechi come persone tristi, molto lontane da me; lì invece ho capito che possono ridere, divertirsi, fare sport, vivere da soli, cucinare, grazie naturalmente a particolari tecniche o a qualcuno che ti supporta, a seconda del bisogno di assistenza.
Pian piano cominciavo ad entrare in una nuova concezione della vita e anche a capire che l’autonomia era forse un concetto mentale, prima ancora che pratico.
Avevo vissuto da vedente, poi da ipovedente, e in quell’anno compresi che avrei potuto vivere pienamente anche da persona cieca.

Venne poi il tempo dei colloqui di lavoro, tutti lontani dalla mia città, e capii subito quando arrivò quello giusto. Mi chiesero come avrei potuto organizzarmi, di quanto tempo avevo bisogno per trovare una sistemazione, se potevano intervenire loro come azienda, se c’era qualche associazione a cui fare riferimento.
Mi proposero un contratto a tempo indeterminato, per lo stesso lavoro di analista programmatore che avrei potuto fare vedendoci, e naturalmente accettai, anche se all’inizio lo stipendio non era certo un granché elevato.
In ufficio sono stata decisamente fortunata: i colleghi, tutti persone intelligenti, mi hanno subito accolto e fatto sentire inclusa. E ad aiutarmi è stato sicuramente anche il fatto che condividessimo la medesima preparazione scientifica.

Spesso mi sono chiesta quale lavoro avrei fatto se non avessi perso la vista, ma la risposta non è mai cambiata: avrei fatto questo stesso lavoro. Probabilmente nella mia città, senza dovermi trasferire, ma quello era il mio lavoro e poterlo fare non per ripiego, ma per scelta, ha in gran parte compensato le tante sofferenze e le fatiche degli studi.
Tutto ciò, però, non sarebbe stato assolutamente possibile senza l’avvento delle nuove tecnologie.
Da quando ho perso completamente la vista, sono passata infatti ai sistemi vocali e il mio computer mi legge ciò che c’è scritto sullo schermo. Potrei anche usare un display in Braille, ma dovrei allenarmi di più perché, avendo perso la vista da adulta, con questo sistema sarei meno veloce.
E finalmente sono arrivati anche gli smartphone e i tablet, con il vocalizzatore al loro interno e con tante applicazioni utili per la vita quotidiana: ad esempio, per dirne solo una, fotografare un oggetto e sentirsi leggere quello che si vede sullo schermo.

Luglio 2017