I ricordi in chiaroscuro delle scuole in istituto

Un uomo cieco racconta i cinque anni delle elementari trascorsi in istituto: un ambiente chiuso, scandito dalle regole e con scarse relazioni con l’esterno

Anche oggi, che ha quarantacinque anni e vive in un’altra città, quando ripensa alle scuole elementari frequentate in istituto, Ciro, cieco dalla nascita, oscilla tra l’entusiasmo dei ricordi d’infanzia e altre sensazioni assai meno positive. Ha la consapevolezza che certe esperienze di quegli anni hanno finito per segnare i suoi comportamenti successivi, sia nelle relazioni con gli altri che anche in ambito lavorativo.
«Se penso alle scuole elementari - esordisce - ho un bellissimo ricordo del nostro gruppo di ragazzi un po’ più vispi degli altri, del nostro spirito di intraprendenza. Ogni occasione era buona per giocare in cortile, soprattutto a nascondino, e ci siamo veramente divertiti tanto. In quell’istituto, poi, ho imparato a gestire la mia persona, ho imparato a vestirmi e a trovare il metodo giusto per studiare».
Subito dopo, però, Ciro pensa anche alle chiusure di quell’ambiente, alla rigidità di certe regole, a quei fine settimana passati a contare le ore, alla mancanza di relazioni con l’esterno.

«L’istituto - racconta - era un convitto e io ero abbastanza fortunato, perché, abitando non troppo lontano, nei fine settimana potevo tornare a casa. C’erano però dei ragazzi che, quando andava bene, tornavano a casa solo per Natale e Pasqua. Qualche volta è capitato anche a me di dovermi fermare, e allora nelle giornate d’inverno, quando magari pioveva e non si poteva uscire, eravamo in venti in un salone a chiederci continuamente: “ma quando passa il tempo?”».
Ciro ricorda che, insieme ai ragazzi non vedenti e ipovedenti, ce n’erano anche altri con diverse forme di minorazioni, in situazioni molto complesse. E c’erano anche non vedenti anziani. Un panorama umano tipico degli istituti di allora, che componeva un ambiente molto chiuso, con scarse possibilità di relazionarsi con l’esterno.
Uno dei ricordi più vividi, però, coincide con il suo rifiuto di certe regole, nonostante avesse appreso che rispetto a tanti anni prima la situazione era molto più aperta. Il mercoledì sera, ad esempio, veniva regolarmente privato della sua radiolina a transistor: «Era il periodo d’oro delle squadre italiane di calcio e ogni mercoledì sera c’erano le partite di coppa contro altre squadre europee. A causa di qualcuno un po’ più scalmanato - confessa - la radiolina ci veniva puntualmente sequestrata. Ma era un’imposizione che non si poteva proprio accettare».

Ancor più in profondità, quell’ambiente chiuso favoriva la crescita di atteggiamenti già di per sé presenti in tutte le persone non vedenti.«Sono i cosiddetti “ciechismi” - spiega Ciro - che dipendono appunto dal fatto di non vedere e che si instaurano inevitabilmente, soprattutto se non vengono controllati: dalla ripetizione di alcune espressioni, alla difficoltà di relazionarsi con gli altri. E ce ne sono pure di fisici, indotti dalla cecità stessa, ma anche dall’ambiente che ti circonda. Il classico “dondolismo”, ad esempio, è un ciechismo indotto: il fatto di mettersi involontariamente a dondolare avviene proprio perché il corpo, attraverso la ventilazione, cerca di collocarsi all’interno dello spazio».

Ma non solo. Esperienze come l’invenzione della “Rina”, la “scala cattiva”, i rumori che prendono forma, sono tuttora ben presenti nella mente di Ciro, quarant’anni dopo averle vissute: «Avevamo inventato la Rina - racconta - una signora che con la falce ci doveva fare del male. Finimmo con l’averne paura noi stessi, al punto che qualcuno se la sognava la notte, si svegliava piangendo e urlando. Questa tizia con la falce in mano, oltretutto, aveva la voce di una nostra assistente che urlava come una matta. Penso che fossero cose normali legate all’età, ma credo anche che per dei ragazzi non vedenti si amplificassero ancor di più. E c’era anche la “scala cattiva”, dove non bisognava andare perché aveva subìto gravi danni con il terremoto. Un giorno la ristrutturarono, rendendola più sicura, ma anche allora per noi rimase un tabù. Un altro tabù era poi quello della caldaia e dell’inquietudine che ci creava quando si accendeva. Era un rumore normale, ma per noi coincideva sempre con la paura che saltasse tutto in aria. Per quanto mi riguarda, a fare il resto era la mia grande fantasia. Io stesso, infatti, davo vita a tanti personaggi, che nascevano un po’ per caso, magari da una parola detta o da un rumore fatto. E anche oggi, in età adulta, confesso senza vergogna di avere ancora paura di alcuni di loro. Soprattutto in certi momenti di stress particolare, mi tornano alla mente e mi è difficile gestirli, tanto da dover dormire completamente sotto le coperte, solo con il naso di fuori per respirare».

Alla fine delle scuole elementari, la maestra gli disse: «Tu devi imparare a stare con gli altri, perché qui dentro sennò ci muori!». Forse esagerava, ma fu la spinta decisiva che portò Ciro ad uscire dall’istituto e ad iscriversi nella scuola di tutti. «Quelli delle medie - ricorda - furono tre anni di transizione, nei quali cominciai pian piano ad aprirmi alla vita e a farmi anche delle amicizie. Le difficoltà relazionali, però, c’erano tutte, e anche un rapporto abbastanza conflittuale con l’altro sesso. Da allora, però, iniziò per me una fase nuova della mia vita».

Gennaio 2018