I problemi di un sindacalista con disabilità

L’esercizio dei diritti sindacali dal punto di vista di un lavoratore con disabilità che è anche attivamente impegnato in un grande sindacato

«Ma la tua attività quanti iscritti porta?»: è da questa domanda che parte Gianluigi, per raccontare la sua complicata esperienza di quarantenne con disabilità uditiva, impegnato all’interno di una grande organizzazione sindacale.
Gianluigi non lamenta tanto le possibili discriminazioni. Dice infatti che anche la sua, come accade dappertutto, «è un’organizzazione fatta di persone, con quelli che discriminano chi è disabile e quelli che non lo fanno. O con altri ancora che ti trattano in maniera pietistica».
Quel che lamenta, invece, è decisamente altro. «Molto spesso - spiega - mi è capitato di arrabbiarmi quando sono stati definiti degli accordi o firmati dei contratti dove la questione della disabilità era confinata semplicemente alla disciplina dei permessi, ai sensi della legge 104. Al contrario, non si parlava da nessuna parte di come investire in tecnologie utili all’inclusione, o di come migliorare l’organizzazione del lavoro. Nel corso del tempo, poi, ho percepito chiaramente un altro elemento, ossia che in questi tempi ciò che conta è soprattutto la rappresentanza, da intendersi come numero degli iscritti. Mi spiego meglio. Una domanda che non mi viene mai posta apertamente, ma che corre sotto traccia, è: “Tu, che ti occupi di diritti dei disabili, quanti iscritti puoi portare?”. Io penso che sia giusto crescere di numero, perché questo fa aumentare la forza e la rappresentanza sul posto di lavoro. Ma penso anche che una grande confederazione sindacale dovrebbe sempre guardare più in là, ossia difendere diritti e valori generali, battendosi contro ogni tipo di discriminazione. Invece il rischio concreto è che si pensi solo a non perdere il proprio posto di lavoro, mettendo tutto il resto in secondo piano».

Per Gianluigi, quindi, impegnarsi per i diritti delle persone con disabilità comporta vari problemi e contraddizioni. «Seguendo le logiche del sindacato - afferma - chi come me si occupa di disabilità dovrebbe iscrivere all’organizzazione tutte le persone con disabilità, creando così una categoria a sé. Ma questo non sarebbe certo coerente con il mio modo di pensare. È un grande problema, perché creare una categoria di veri e propri lavoratori speciali andrebbe in conflitto con tutte le battaglie condotte in questi anni dal movimento delle persone con disabilità, a partire dal mondo della scuola. Se però non fai così, diventi semplicemente una specie di bandiera della disabilità, portatore solo di principi, ma non di iscritti. E in questo modo i risultati concreti non arriveranno mai».
Il rischio di diventare soltanto la testimonianza vivente di una categoria speciale, Gianluigi lo segnala anche per altri settori, come quelli riguardanti le donne o l’immigrazione. E si chiede anche: «Ma perché nel sindacato devo occuparmi solo di disabilità?». La risposta che gli arriva dai colleghi è sin troppo facile: «“Perché finora ti sei occupato di quello e lo hai fatto bene. Perciò vai avanti, continua così!”. L’equivoco di fondo è che il tema della disabilità debba essere trattato solo dalle persone con disabilità».

Per tentare di cambiare la situazione, uno dei nodi principali sarebbe quello di preparare adeguatamente i rappresentanti sindacali, ma anche di far crescere la consapevolezza degli stessi lavoratori con disabilità, portandoli a partecipare direttamente alle decisioni che li riguardano.
«È un processo - spiega Gianluigi - che non riusciamo proprio a tradurre nella pratica. Servirebbe prima di tutto tanta formazione, ma un po’ per indifferenza, un po’ perché c’è sempre qualche problema più importante, sono questioni che non vengono mai affrontate seriamente. Manca, da parte del sindacato, una prospettiva a lungo termine, una visione che vada oltre le battaglie del presente. In questo modo, però, difficilmente i lavoratori con disabilità riescono ad avere voce, come anch’io ho dovuto provare sulla mia pelle».

Ci sono poi delle volte in cui la spinta all’innovazione arriva prima dall’azienda che non dal sindacato. «Ci sono alcune aziende - conferma Gianluigi - che hanno introdotto novità molto importanti, e non solo sulla disabilità, ma in senso più generale. Mi viene in mente, ad esempio, quella società che ha esteso l’utilizzo dei congedi sia alle persone con disabilità che ad altri. A volte, insomma, le aziende si muovono prima. E questo fa riflettere, perché personalmente non credo siano mosse dal valore sociale dell’iniziativa, quanto dall’attenzione all’immagine commerciale, che guarda in primo luogo al consumatore, assai più che al lavoratore. Chiaramente vorrei che questo percorso si sovvertisse, e che fosse invece proprio il sindacato a fare emergere con forza il tema dell’innovazione quale leva per favorire l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità».

Aprile 2018