Essere donna con disabilità in una società distratta

Il complicato accesso al mondo del lavoro per una persona con disabilità, raccontato da una donna cieca, che in più sperimenta sulla propria pelle le difficoltà di conciliazione con la vita familiare

Cieca dalla nascita e fresca di laurea in Scienze giuridiche, un giorno Simona ha portato il proprio curriculum al Centro per l’impiego del suo territorio e qualche tempo dopo è stata chiamata per un’occupazione da magazziniera, in cui serviva la patente di guida!
È iniziato così, in modo a dir poco sconcertante, il suo percorso lavorativo. Un percorso piuttosto tortuoso che alla fine l’ha portata dov’è oggi, a rivestire un ruolo di discreto peso in un ufficio pubblico.

Prima, però, ci sono stati i concorsi, tanti concorsi, con le difficoltà connesse allo svolgimento dei quiz e soprattutto all’assistenza, quanto mai necessaria, ma sin troppo spesso ritenuta dai più come una sorta di “regalo” alle persone con disabilità.
E c’è stato anche il tentativo di misurarsi con la libera professione in campo giuridico, imbattendosi però in un nemico implacabile come la penna, che la fa sempre da protagonista in un’Italia dove il processo telematico appare ancora lontano.
Per non parlare delle udienze in tribunale, che costringevano Simona a portare sempre con sé una persona per leggere e scrivere al posto suo, condizionando la sua stessa lucidità di azione e facendola sentire un avvocato a metà.

Eppure ci ha provato seriamente a percorrere quella strada, prima di tutto per la sua innata voglia di autonomia. Ma c’è anche un altro problema con cui Simona si è scontrata: avrebbe voluto conciliare la vita lavorativa con quella familiare, godere di una certa regolarità. Aspetto che però non sempre collima con gli orari della libera professione.
Tante, troppe difficoltà, che alla fine la portano ad una scelta dolorosa, ma necessaria: partecipare ad un bando pubblico, che sorprendentemente riesce a vincere.

Quando arriva sul nuovo posto di lavoro, la sensazione, rispetto ai colleghi, è precisa: è come se stessero attendendo una disabile da assistere. Rapidamente, però, prevalgono le competenze e, in un tempo relativamente breve, Simona arriva a ricoprire una posizione semidirigenziale.
La tecnologia assume per lei un ruolo decisivo, facendole ricordare con un sorriso i suoi esordi scolastici, quando c’era solo il Braille, le cassette per registrare e iniziavano a diffondersi i primi audiolibri.
Oggi Simona, che mal sopporta qualunque tipo di dipendenza, è felice invece di poter dipendere dal computer e da internet: grazie ai riconoscitori vocali e ad altri accorgimenti, accede con facilità ai vari testi di legge, dominando in piena autonomia i propri ferri del mestiere. «Quanto sarebbe peggiore - pensa - la vita professionale, e anche la vita in generale, di una persona con disabilità visiva senza le tecnologie!».

Il suo stesso lavoro di tutela giuridica contribuisce a darle ulteriori consapevolezze, ad esempio sulla scarsa attenzione istituzionale e politica nei confronti delle donne e delle donne che lavorano, per non dire delle donna con disabilità che lavorano.
Simona guarda quasi con tristezza ad eventi celebrativi come le tante Giornate Nazionali e Internazionali che in una specifica data dell’anno sembrano ricordarsi della sua e di altre disabilità. Certo, sono eventi che contribuiscono ad accendere i fari su situazioni di cui in genere si parla poco o nulla, ma Simona pensa che l’attenzione verso certi problemi dovrebbe essere costante e passare per interventi concreti, quotidiani. Pensa che, se mancano i mezzi pubblici accessibili, se una città ti frappone degli ostacoli, ciò significa che quella città rifiuta il contributo che puoi apportare con il tuo lavoro, rifiuta la tua stessa persona.
Non crede però ad una particolare noncuranza nei confronti delle donne con disabilità. «Semmai questa è un’aggravante», pensa spesso, usando un termine ricorrente nella sua professione.
Secondo Simona, infatti, i servizi sono carenti per tutte le donne che lavorano, ad iniziare dagli asili nido per chi ha dei figli. Manca l’assistenza, quando serve, e ancor più in profondità manca la stessa considerazione per il lavoro che una donna svolge in casa.
Partendo da una base del genere, è quasi ovvio che ci siano un po’ di difficoltà in più per chi deve fare i conti anche con la disabilità, ossia con gli ostacoli che una persona con menomazioni incontra quotidianamente sulla propria strada.

È la coscienza di tale situazione che porta Simona a mettere le sue competenze a disposizione di un’associazione impegnata sul fronte della disabilità, con l’idea di poter dare il proprio contributo a migliorare le cose.
E intanto continua a muoversi con il suo amato cane guida, altro simbolo di battaglia contro l’ignoranza e la disinformazione di chi, nonostante leggi ormai antiche, vorrebbe impedirle di entrare in un ufficio o in un negozio senza quell’animale per lei indispensabile.

Settembre 2017