Se sei cieca puoi fare solo massaggi!

Una donna denuncia le restrizioni all’attività lavorativa, legate soprattutto allo stereotipo per cui chi è cieco può fare solo massaggi, nonostante lei abbia conseguito una laurea in fisioterapia

Mi chiamo Agata, ho da poco superato i 40 anni e sono una mamma separata. Vivo in una grande città del Nord e lavoro in un noto ospedale universitario. Come molte persone cieche, ho frequentato il corso di massofisioterapia, ma ho anche conseguito alla facoltà di medicina la laurea di primo livello in fisioterapia.
Il mio lavoro mi piace molto, l’ho scelto e quindi sono abbastanza fortunata per questo: oggigiorno, infatti, non capita sovente di poter lavorare nel settore per cui si è studiato. Certo, avrei preferito diventare medico, se non avessi avuto problemi alla vista, però in questo modo sono riuscita lo stesso a coniugare la mia cecità e l’attività lavorativa con la passione per questa disciplina.

Inizialmente, dopo la laurea, ho trovato occupazione presso un ente privato convenzionato. E quella per me è stata una bellissima esperienza, un vero e proprio trampolino di lancio, perché avevo carta bianca su tutto, si fidavano di me e delle mie competenze. Ho potuto quindi trattare molti casi, fratture comprese, senza incontrare alcun tipo di difficoltà. Tutti erano molto soddisfatti del mio operato. Poi, dopo quattro anni, sono stata inserita come categoria protetta all’interno dell’ospedale dove attualmente lavoro, in sostituzione di una massofisioterapista non vedente andata in pensione. E oramai sono quasi dieci anni che lavoro lì.

Il primo periodo svolgevo la mia attività in palestra, poi sono rimasta incinta, ho avuto la bambina e ho usufruito del periodo di maternità. Quando però ho ripreso il lavoro, mi sono ritrovata in un box, ossia una stanza attrezzata, dotata di un lettino e di un armadio con i vari arnesi del mestiere, come l’olio per i massaggi, le creme, i pesi e un bastone per fare le fisioterapie.
In teoria questa scelta nasceva proprio dalla volontà di rendere più agevole il mio lavoro, perché in un box ho tutte le mie cose a portata di mano. In realtà, però, noi lavoratori ciechi siamo stati dislocati in quattro stanze di un’ala separata del reparto di fisioterapia. E questo è abbastanza discriminante. Non veniamo chiamati alle riunioni, perché si svolgono in momenti in cui trattiamo i pazienti. Le comunicazioni al personale vengono scritte su una lavagna in palestra, e a noi non le legge nessuno. In bacheca vengono affisse le informazioni sui vari corsi di approfondimento o di aggiornamento e non ci vengono fornite. Quindi, nei fatti, la nostra partecipazione alla vita lavorativa risulta di molto ridotta. Noi, per l’azienda, semplicemente non esistiamo.

Anche per quanto riguarda il computer, che è ormai un normale strumento di lavoro, io porto il mio tablet da casa per prendere appunti sui pazienti. E questo perché in ospedale abbiamo da più di un anno un computer che noi ciechi non possiamo usare: è dotato di sintesi vocale, ma i programmi adottati dall’azienda sono inaccessibili. Non possiamo quindi accedere alle cartelle dei pazienti, che adesso sono tutte computerizzate. Non possiamo navigare nel portale per avere informazioni sui corsi di formazione. Non possiamo inserire nelle nostre schede personali le ferie, i permessi o altro, tutte informazioni che vengono perciò aggiornate dal nostro coordinatore, anche se non dovrebbe essere così. È assurdo avere speso tanti soldi per comprare un computer che non possiamo usare, dotato tra l’altro di uno schermo enorme che a noi ciechi non serve a nulla.

E poi c’è il problema più grande per me. È il fatto che mi abbiano appiccicata addosso l’etichetta di massofisioterapista. E oltre a quella non mi fanno andare, nonostante io sia laureata in fisioterapia.
Per il mio coordinatore e per i miei colleghi io sono una massofisioterapista. Siccome sono cieca, posso essere solo una massofisioterapista, non mi viene riconosciuta la laurea e quindi sono costretta a fare massaggi tutto il giorno. Tratto cervicalgie, lombalgie, artrosi, colpi di frusta, ma non ho più visto un caso di frattura, come invece mi capitava prima.
Ho accumulato una tale rabbia per questo, anche perché io conosco tanti non vedenti, miei colleghi di università, che lavorano al CTO, praticano nelle palestre, girano per i reparti. Io vorrei solo poter fare quello per cui ho studiato e sono stata assunta: la fisioterapista.
È ovvio che non chiederei mai di trattare un paziente neurologico o cardiologico, perché conosco i miei limiti, ma potrei tranquillamente andare al reparto di ortopedia o essere affiancata da un collega vedente, perché no? Invece mi hanno semplicemente detto di rimanere al mio posto, e magari di ringraziare anche il cielo che ho trovato un lavoro!

In questi anni ho tentato di spiegare con calma le mie ragioni. Anche quando è cambiato il primario e ha voluto conoscerci, sono andata da lui con il mio curriculum in mano e gli ho detto: «Mi faccia provare! Se sbaglio qualcosa mi mandate a casa, sono io che me ne vado via». E lui mi ha risposto: «Ma chi meglio di lei può fare i massaggi alla loggia posteriore della cervicale?». Mi sono cascate le braccia, perché quando qualcuno ti risponde così, non c’è proprio nessuna possibilità di cambiare o anche solo di provare a fare qualcosa di diverso.
E pensare che questo ospedale è un cuore pulsante. Come polo universitario lo senti vivo, in fermento, e sarebbe utilissimo che io potessi affiancare gli studenti, fare loro da tutor al pari dei miei colleghi vedenti, perché potrebbero vivere un’esperienza diversa, usando altri canali. E invece niente, non posso fornire nessun tipo di contributo.

Forse avrei potuto far intervenire i sindacati per seguire la mia situazione, ma sinceramente sono stanca di farmi venire il mal di stomaco. Mi sono detta che in fondo un lavoro ce l’ho, ho uno stipendio di cui non potrei fare a meno come madre, ma soprattutto ho le mie soddisfazioni personali, che vengono dal rapporto con i pazienti. Una volta chiuso il mio box, infatti, nessuno mi sta col fiato sul collo. Posso trattare ogni caso nel migliore dei modi, con tutti i mezzi che ho a disposizione e con tutte le mie conoscenze e competenze.
Probabilmente avrei ragionato in modo diverso se avessi trovato comunanza con gli altri lavoratori non vedenti, ma da parte loro non c’è stato alcun interesse a cambiare le cose, anzi mi sono sentita dire che a loro sta bene così, perché hanno il proprio box, possono stare al telefono o al computer, insomma farsi i cavoli loro. E allora ho lasciato stare, perché se le cose stanno davvero così, allora un po’ di questa discriminazione ce la siamo voluta anche noi. So che è un ragionamento sbagliato, ma è una resa arrivata con rabbia e a distanza di anni.

Come dicevo, il rapporto con i pazienti è l’unica mia fonte di soddisfazioni. Non mi fanno pesare la mia condizione, anzi si fidano di me. All’inizio sono io che parlo della mia cecità. Ad esempio, se qualcuno mi porta le radiografie, tranquillamente gli dico: «Guardi, qui da parte mia c’è poco occhio, quindi mi può aiutare a leggere il referto così vediamo come intervenire?». Ho un approccio molto sereno e nessuno ha mai fatto storie per la mia limitazione visiva, anzi mi dicono che sono stati fortunati a trovare me. Addirittura c’è chi tira fuori la storia del fluido che i non vedenti avrebbero nelle mani. Ovviamente sono tutte balle, ma alla fine ci scherzo su. Il fatto è che io sono brava e li faccio lavorare molto per farli stare meglio.

Febbraio 2018