Sono ipovedente e tutti lo devono sapere

Cosa significa essere ipovedente in un mondo che divide le persone tra “chi vede” e “chi non vede”: informazione, supporto, ausili e nuove tecnologie

Sono diventata ipovedente in età adulta e dichiararsi tale, che ci si creda o no, è molto più difficile di quanto si pensi. Generalmente accade infatti che le persone dividano gli altri in due sole categorie: chi è cieco e chi vede. Quasi mai è contemplata la via di mezzo. E così ho capito nel corso degli anni, passando tra numerose disavventure, che solo io potevo esprimere agli altri i miei bisogni, anche perché non esiste un’ipovisione uguale all’altra e quindi non c’è un solo modo di affrontarla.

Tante disavventure, dicevo. Penso ad esempio a tutte le volte in cui mi è capitato di salutare con calore uno sconosciuto, scambiandolo per un caro amico; oppure di sbagliare a leggere l’importo scritto su una bolletta o il foglietto con l’appuntamento dal medico; o ancora di comprare un alimento che non potevo mangiare, a causa di un’allergia, perché non avevo letto bene l’etichetta. Quante volte mi è successo di entrare in un supermercato o in una libreria e di trovarmi davanti ad un pacco di biscotti o ad un romanzo senza riuscire a leggere quasi nulla, ma senza nemmeno chiedere aiuto. Era la fase, quella, del “faccio da sola”, in cui ancora non ero riuscita ad ammettere che quei testi non erano più alla mia portata.
E tuttavia sono state proprio quelle piccole, grandi tappe a far crescere in me la consapevolezza di dover uscire allo scoperto e far comprendere al mondo le mie esigenze.

Ogni ipovisione, come ho detto, è diversa dall’altra e l’ho capito molto presto. Solo io, quindi, potevo spiegare quale fosse esattamente il mio problema e quali i modi di affrontarlo.
La mia situazione, ad esempio, comporta grossi limiti con una luce solare intensa o con un’illuminazione di un certo tipo. Se entro quindi in un luogo che mi crea una particolare difficoltà, chiedo se ci siano problemi ad attenuare la luce, oppure a spegnerla nel caso che sia giorno e che la luce naturale sia sufficiente.
Cerco poi di rendere nota la mia limitazione in ogni occasione, anche con particolari espressioni facciali, se serve. Una volta me n’ero dimenticata e ricordo ancora l’imbarazzo reciproco provato in un aeroporto, quando una funzionaria della dogana mi faceva segno di avanzare e io ovviamente non capivo perché era lontana e non la vedevo!
Senza dimenticare nemmeno che in quest’epoca di social, con tante foto che girano, non mi faccio problemi a dire chiaramente a tutti, amici e conoscenti, che se vogliono mandarmi qualche bella immagine deve avere anche un senso acustico. E che un filmato deve essere commentato o comprensibile a livello audio. Dirlo è una forma di rispetto verso se stessi e gli altri.

Altri due passaggi per me fondamentali sono stati quelli legati al bastone bianco e alle nuove tecnologie.
Parlando del primo, erano in tanti a dirmi: «Il bastone bianco, Michela, è per i ciechi!»; «Michela, la gente ti guarda e ti giudica»; o anche «È ingombrante». Ho rischiato di farle mie quelle parole e di convincermi che il bastone bianco non mi servisse. E sarebbe stato uno dei più grandi errori. Senza, avrei anche rischiato la vita più di una volta, soprattutto in certe situazioni di affollamento.

E da ultimo, ma solo perché è l’ultima arrivata in ordine di tempo, c’è tanta buona tecnologia che oggi si può e si deve usare. Computer, smartphone, tablet con la sintesi vocale: quanti vantaggi in più rispetto ai nostri padri e nonni ipovedenti!
Dapprima ho dovuto accettare di averne bisogno, poi, dopo qualche errore iniziale, mi sono affidata alle persone giuste, ad esperti che mi hanno consigliata nel migliore dei modi. E oggi non ho più scuse da apporre, se mi dovesse capitare di scrivere un testo sgrammaticato!

Questo percorso di accettazione, che mi ha portato ad uscire allo scoperto e a servirmi di quanto poteva essere utile, ha enormemente migliorato la mia nuova vita da ipovedente. E forse è stato anche utile a far conoscere meglio un problema come il mio a chi continua a dividere il mondo soltanto tra “chi vede” e “chi non vede”.
Ma questa è tutta un’altra storia!

Agosto 2017