Buongiorno, sono Elvira, lo sa che sono sorda?

Il passaggio dalla scuola al lavoro di una donna sorda, alle prese con i pregiudizi e la scarsa conoscenza della disabilità uditiva, ma con il supporto indispensabile delle nuove tecnologie

Mi chiamo Elvira, ho da poco superato i 40 anni e sono dipendente di un’azienda informatica come programmatrice. È il lavoro della mia vita? Probabilmente no, avrei voluto fare altro.
Sarà banale, ma a me è sempre piaciuto il settore amministrativo, ho avuto anche alcune esperienze in questo campo: ho svolto dei lavoretti durante e dopo l’università e mi sono trovata molto bene. Ma ho deciso di indirizzare altrove il mio percorso di studi, perché ho capito subito che un lavoro in amministrazione non l’avrei mai trovato. È vero che ci sono attività da poter svolgere in ufficio senza dover mai rispondere al telefono, però, fondamentalmente, quando un datore di lavoro capisce che sei sorda pensa anche che tu non possa dare molto all’azienda. Per questo mi sono buttata nell’informatica, intuendo che in questo campo ci sarebbero state più possibilità. E, anche se questo non è il lavoro dei miei sogni, mi dà soddisfazione. Ho poi un contratto a tempo indeterminato e mi ritengo fortunata, viste sia le difficoltà di questa epoca, sia la mia disabilità.

Nessuno può dire che io non sia preparata o che non abbia studiato, ma mi manca l’udito, e questo richiede adattamenti.
A volte nella mia vita ho incontrato dei paradossi. Da una parte c’è chi non crede che io sia sorda, sorda profonda, e non comprende le difficoltà e gli ostacoli che posso incontrare. Dall’altra parte c’è chi pensa che una persona con disabilità non abbia qualità, risorse, abilità da mettere in campo.
Durante gli anni della scuola, grazie alle protesi e al percorso di abilitazione, la mia voce ha iniziato ad essere più chiara, mi esprimevo abbastanza bene, rispondevo con velocità, e la mia insegnante non capiva le mie difficoltà di comprensione, gli sforzi che dovevo compiere. Il fatto che io stessi indietro in alcune materie lo attribuiva semplicemente ad una mia presunta svogliatezza nello studio. Ancora non mi capacito del perché non riuscisse a comprendere i miei problemi e le mie esigenze. Le protesi non sono come l’orecchio umano, aiutano e danno supporto, ma non lo sostituiscono. La scuola di allora, poi, non era attrezzata come quella di adesso. All’università, ad esempio, non esistevano i sottotitoli, non c’era il tutoraggio. Ma, nonostante tutto, me la sono sempre cavata da sola.
Successivamente, nelle mie prime esperienze con il mondo del lavoro non dicevo che ero sorda, mai. Altrimenti non avrei proprio trovato un’occupazione.

Quello che ho adesso è un lavoro vero, non per finta, non vengo relegata in un angolo, lavoro sul serio. Non ho mai voluto fare la fine di chi si accontenta di un contratto e sta parcheggiato in una stanza, come purtroppo spesso accade alle persone con disabilità. E sono stata fortunata ad incontrare sulla mia strada persone che si sono fidate di me, delle mie capacità. Per cui l’insoddisfazione per il tipo di attività che svolgo è ben compensata dalla possibilità di farmi valere.

Io non lavoro in sede, vado dai clienti, come di solito avviene in tutte le aziende informatiche. Il mio lavoro richiede disponibilità, capacità tecniche ma anche relazionali, comunicative, perché ogni giorno incontro tante persone diverse, clienti diversi e seguo progetti che cambiano spesso.
Certo, non posso presentarmi da un cliente e dirgli «Buongiorno, sono Elvira, lo sa che sono sorda?». Alcune volte è il mio superiore ad avvertirli, chiedendo loro di parlarmi a voce un po’ più alta: fosse solo questo il problema! Ma, secondo me, è meglio che all’inizio non sappiano troppo, perché se capiscono subito che sono sorda profonda si tirano indietro, pensano che io non sia capace in quello che faccio. Se invece sono io a dirlo, dopo un po’ che lavoro, le cose si mettono diversamente, perché mi hanno già vista all’opera e hanno capito che so fare il mio mestiere.

C’è poi da considerare l’importanza delle nuove tecnologie. Se nasce un problema sul lavoro, se c’è un’emergenza, se c’è bisogno di un confronto con un collega, una persona che non è sorda alza il telefono e chiama in sede centrale, ma io come faccio? Faccio lo stesso perché esiste il computer, lo smartphone, il tablet, che collegati ad internet mi permettono di comunicare con tutti per iscritto in tempo reale. Ci sono strumenti di messaggistica istantanea che per me sono come il pane, come l’acqua, come l’aria.

Settembre 2017