Il teatro riproduce la vita

Una donna con disabilità multipla rievoca la sua esperienza ad un corso teatrale, oltre le barriere fisiche e i pregiudizi

Immaginate Lucia, una donna diversamente giovane di quasi cinquant’anni, con disabilità fisica e visiva, che dopo qualche lontana esperienza adolescenziale negli spettacoli degli scout decide di scendere in campo nel teatro.
Lucia sono io ed è quello che mi è capitato un po’ di tempo fa, quando ho maturato appunto l’idea di far parte di un gruppo teatrale.

Tutto facile in una grande città come quella in cui vivo? Neanche per sogno. C’è chi ti dice che il teatro lo puoi fare, ma solo in parte, perché non potrai lavorare con il corpo. Come se poi io un corpo non ce l’avessi! Oppure chi ti dice che con la mia cecità parziale non potrò permettermi di improvvisare. Altri ancora, i più fantasiosi, sostengono che quando si lavora con un disabile ci sia bisogno di un interprete. Insomma, un bel campionario, non c’è che dire!
Benedetto, però, quel luogo comune secondo cui le cose migliori sono sotto agli occhi e non sempre le vedi. Infatti, è proprio vicino casa che trovo chi mi dice di venire a provare. Da non crederci!

Prima scena: la rampa di scalini davanti alla scuola dove si tengono le prove. Alla fine, brontolando non poco, un operatore scolastico mi porta su in ascensore, ma in seguito mi suggeriscono di partecipare alle lezioni in teatro, previste in un’altra giornata della settimana. Infatti, non avrei potuto reggere al senso di colpa, per mesi e mesi, di fronte ad un operatore scolastico convinto che fossi arrivata lì solo per rovinargli la vita!

Seconda scena: il teatro ha un atrio e la platea completamente accessibili, «ma come diamine farò - mi chiedo - a salire quelle scale che portano sul palco?». Una rampa c’è, ma la sua pendenza è degna di una tappa di montagna del Giro d’Italia e ci si arriva solo da una porta stretta, in cui una carrozzina può girarsi a malapena. Alla fine, però, superiamo anche questo, grazie alle braccia e alla volontà dei compagni di corso, e soprattutto del regista.

Terza scena: i colleghi sono simpatici. Lo capisco dalle voci, che difficilmente mentono, e che cerco subito di associare ai nomi. Il maestro mi mette immediatamente a mio agio, mi dà gli stessi esercizi degli altri, devo solo adattarli alla mia fisicità.
Arriva così il momento più bello, quello di cominciare ad incarnare un personaggio, ed è lì che inizio a riacquistare fiducia nel mio corpo. Certo, lo sapevo già da prima che avere delle gambe mal funzionanti non vuol dire rinunciare a vivere, ma il teatro mi ha insegnato un po’ per volta che non esiste un corpo idealmente bello o brutto. Conta solo ciò che quel corpo può esprimere, e in questo territorio i confini sono a dir poco vasti.

Alla fine il corso è andato bene e la recita conclusiva ha portato tanta emozione, e anche un certo successo. Più di tutto, però, contano le nuove convinzioni acquisite grazie a quell’esperienza.
Oggi, infatti, credo che un’attività come il teatro non dovrebbe essere preclusa a nessuno, nemmeno a chi si muove poco o nulla, nemmeno a chi non vede. Se tutti potessero entrare in questa meravigliosa rappresentazione della vita, io credo che cambierebbe anche la percezione della diversità, quell’ostinazione a voler vedere per forza due gambe invece di una carrozzina. E magari si potrebbe anche scoprire che una persona con autismo o con un’altra disabilità intellettiva è perfettamente in grado di esprimere emozioni intense, uguali e diversi da quelle degli altri.
Certo, un mondo senza barriere aiuterebbe, ma io credo che quello diventerà naturale solo quando non saremo più visti come “altro da loro”.
E perciò dico a tutti, ma proprio a tutti, di fare teatro: il teatro è come la vita e ognuno deve poterci entrare, con una parte piccola o grande, perché il mondo e la sua rappresentazione devono essere davvero di tutti.

Agosto 2017