Maggiori tutele o discriminazione?

La storia di un lavoratore sordo che si ritrova in una sorta di “reparto speciale”, dove le tutele di legge vengono barattate con il gap retributivo e l’impossibilità di fare carriera

Si potrebbe pensare che l’aumento dei mezzi di comunicazione, in parallelo all’arrivo delle nuove tecnologie, abbia reso più agevole l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità. E invece a Daniele, persona con disabilità uditiva, occupato in una grande società delle telecomunicazioni, è capitato proprio il contrario.

Assunto perché sapeva usare bene il computer, e non per il fatto di essere sordo, Daniele si è trovato poco dopo a vivere l’acquisizione della sua società da parte di un’azienda straniera. Questo ha provocato cambiamenti sostanziali anche nell’organizzazione del suo lavoro. Impiegato, infatti, in compiti operativi e non in un’attività che comportasse l’uso del telefono, ha vissuto un primo grande nonsenso quando si è sentito dire che, non potendo telefonare, avrebbe dovuto essere inserito in un reparto particolare, quello che a tutti gli effetti gli appariva come un vero e proprio reparto speciale. «E questo - come ben sottolinea egli stesso - in un’epoca in cui ci sarebbero già stati tutti gli strumenti utili a trasformare una telefonata in testo».

«In pratica, l’azienda - spiega Daniele - ha pensato di costituire dei gruppi speciali composti da tutti quei lavoratori, come le persone con disabilità o le donne incinta, che per la normativa e per i contratti in essere potevano godere di orari flessibili, pause e ritmi diversi dagli altri. All’inizio, noi lavoratori non abbiamo affatto percepito il rischio di quell’operazione, anche perché ci è stata presentata come un’iniziativa voluta per tutelarci meglio, mettendoci ad esempio in condizione di non fare i turni di notte, di fruire dei permessi derivanti dalla legge 104 e altro ancora. Riflettendoci a fondo, però, sono arrivato a porre alcune domande: «Scusate, ma perché, se siamo tutelati di più, non abbiamo possibilità di fare carriera? E perché siamo pagati di meno?”. Con i premi di risultato, infatti, che sono commisurati alle presenze sul lavoro, ad essere penalizzate sono proprio le persone che usufruiscono di determinati istituti. Volevano insomma farci capire e accettare come un fatto ovvio che una persona con disabilità o una lavoratrice incinta fossero meno produttivi e quindi anche meno interessanti dal punto di vista degli incentivi. Il discorso sottinteso era più o meno: “Questi lavoratori non li incentiviamo, perché tanto fanno sempre lo stesso orario. Mentre gli altri lavoratori, che producono di più, fanno i turni di notte senza darci troppi problemi, è utile che vengano incentivati”».

Daniele, però, è ben consapevole dei propri diritti e delle proprie potenzialità, e vorrebbe essere giudicato per il suo lavoro, per il contributo che fornisce all’azienda. «Credo - ribadisce - di avere tutte le caratteristiche per poter essere uguale agli altri e il fatto di non usare il telefono non lo vedo proprio come una limitazione, in un’azienda, tra l’altro, che al centro delle sue attività ha proprio l’uso degli strumenti di comunicazione alternativi. Ho sottolineato, quindi, che non potevano giudicarmi usando il metro della sordità. Dovevano solo valutare se fossi bravo o meno a fare il mio lavoro. Pertanto, ho la netta sensazione di aver vissuto una discriminazione, anche se mai resa palese».

Quel che soprattutto Daniele rimprovera alla sua azienda è di avere investito ben poco sugli strumenti e le tecnologie che gli avrebbero consentito di lavorare nelle stesse condizioni degli altri, uso del telefono compreso. E a complicare ulteriormente le cose è arrivata successivamente anche la cessione del settore in cui era impiegato ad una nuova società.
«Siamo stati oggetto - spiega - di quella che viene chiamata la cessione di ramo d’azienda, un processo molto sofferto, perché in qualche modo ti stacca dall’azienda madre e crea una serie di problemi in più, ad esempio facendo venir meno la solidarietà tra i lavoratori. Sono convinto infatti che in una grande azienda più lavoratori ci sono e più si riesca a costruire solidarietà tra di loro. Quando invece c’è uno spezzettamento, ognuno è portato a pensare solo ai propri interessi personali. Oggi nel nostro gruppo siamo quasi tutti lavoratori con diverse disabilità o che vivono situazioni particolari. Nel corso del tempo si sono aggiunte anche persone senza disabilità, ma la sensazione è sin troppo simile a quella di essere stati inseriti in una di quelle vecchie classi speciali, fatta tutta di alunni disabili, ai quali ogni tanto si unisce un ragazzo senza disabilità».

«Avverto poi - conclude Daniele - che le nostre professionalità non sono affatto valorizzate. E allora torno spesso a chiedermi: “È un problema mio, che sono sordo, oppure è un problema di inadeguatezza del mondo del lavoro?”. Io sono convinto che la responsabilità sia del mondo del lavoro, anche perché penso che proprio il contrasto alle discriminazioni potrebbe essere uno dei modi per migliorare in assoluto una politica aziendale. Infatti, in una fase storica in cui tutti parlano della necessità di innovare, credo che l’innovazione debba passare anche dall’investimento sulle persone con disabilità e sulle tecnologie utili a farne emergere le competenze. E non bisogna mai dimenticare che una cosa pensata per le persone con disabilità può portare beneficio a tutti!».

Aprile 2018