Una casa per tutti

Uomini e donne con diverse disabilità sensoriali raccontano la loro quotidianità casalinga, fatta di ausili, strumenti di supporto e tecnologia

«Non mi piace cucinare - confessa Laura -, ma purtroppo sono costretta a farlo. Ho sposato l’unico uomo sulla faccia della terra che non desidera essere uno chef! E questa è un’altra cosa di cui dovrò tener conto nella prossima vita: mi sposerò solo con un uomo che sa cucinare!», sentenzia, ridendo. «Pur essendo cieca - prosegue - non uso particolari strumenti, mi viene in mente solo la bilancia pesa alimenti parlante; però adotto alcuni accorgimenti che mi permettono di essere autonoma. Quando ho cambiato casa, ad esempio, ho dovuto acquistare una piastra ad induzione, e non perché avessi timore della fiamma: nella casa precedente, infatti, usavo tranquillamente il gas, ma queste nuove costruzioni sono dotate di impianto geotermico, e quindi mi sono dovuta attrezzare. Il problema, però, è stato quello di individuare una piastra adatta, perché ormai producono quasi solo elettrodomestici digitali. Così, non potendo tenere quella di serie della cucina, che era compresa nella vendita della casa, abbiamo dovuto cercare un altro modello. A forza di girare, l’abbiamo trovata, ma non è stato facile. E non si tratta neanche di chissà quale marchingegno: ha semplicemente delle manopole che, girando, emettono un clic corrispondente all’aumento di temperatura, cosicché lo possa sentire».

«Il problema - conferma Chiara, anche lei cieca - è che, quando scegli di comprare qualcosa, non puoi fare i conti solo con il tuo budget o con i soldi che saresti disposta a spendere, ma devi selezionare ciò che poi sarai in grado di usare da sola e che ti garantirà l’autonomia. Ad esempio, quando ho acquistato gli elettrodomestici della mia cucina, ho dovuto scegliere le marche che prevedevano la mascherina in Braille o le tacchette sulle manopole. E, guarda caso, non erano mai quelle più economiche. Quindi, anche se non ti interessa l’ultimo modello o la marca più in voga, molto spesso sei costretta a spendere qualcosa in più, o per motivi di sicurezza o di autonomia. Insomma, hai delle spese maggiori rispetto ad una persona che vede e che può godere di una più ampia scelta».

«Uno degli incubi che agitano i sonni di molte persone con disabilità visiva - spiega Guido, gravemente ipovedente - sono questi nuovi elettrodomestici al tocco, che si controllano con le app degli apparecchi mobili, come gli smartphone o i tablet. Il problema, però, non è nell’elettrodomestico in sé, ma nelle app che non sono accessibili. Da tecnico, so perfettamente che produrre un’app accessibile costerebbe pochissimo, ma molti progettisti non hanno alcuna cognizione delle soluzioni per garantire l’accessibilità. Dovrebbero, infatti, sapere che al pulsante corrispondente all’avvio di un elettrodomestico occorre associare non solo l’immagine corrispondente, ma anche un’etichetta testuale, permettendomi di leggerla con la sintesi vocale. È questa la chiave per poter accedere in futuro a tutti gli elettrodomestici che verranno prodotti da qui ai prossimi anni. Ma, per quanto ciò sia banale, in realtà si rivela un punto critico, perché non c’è abbastanza formazione sull’universal design. E questo ingenera una grande frustrazione in una persona con disabilità, perché si rende conto che potrebbe avere quasi tutto a portata di mano, ma manca sempre quell’ultimo passo per poterci arrivare».

Sempre a proposito di app, questa volta accessibili, Lucia illustra i benefici che la tecnologia può apportare alla vita di tutti i giorni. «Io uso spesso Be my eyes, un’applicazione estremamente utile, per capire, ad esempio, la scadenza dei prodotti nel frigorifero. In sostanza, attraverso questa app si invia una foto a dei volontari che ti leggono quello che c’è scritto sulla confezione. Oppure, nel caso di questioni un po’ più private, ricorro a FaceTime per le videochiamate, così, ad esempio, posso chiedere a mia madre di aiutarmi con le medicine o altro. Per il resto, non ricorro a tecnologie speciali. Però, tanto per dire, senza l’aspirapolvere non potrei vivere, perché usare la scopa per spazzare in terra mi risulta veramente difficile».

«Un ausilio utilissimo - sottolinea Carlo - è l’etichettatrice. Praticamente si tratta di una penna collegata a dei bollini, da incollare sugli oggetti o anche da cucire sugli indumenti, che ti permettono di sapere quello che hai in mano. Ad esempio, se vuoi mettere qualcosa in freezer, puoi attaccarci sopra un bollino e registrare sulla penna un memo vocale: due fette di pollo, per dire. Poi, quando riprendi il pacchetto, siccome non sempre al tatto o alla vista si capisce cosa c’è dentro, avvicini la penna al bollino per ascoltare il messaggio registrato». «Per me che sono ipovedente - aggiunge -, un’altra invenzione che mi aiuta molto nella vita quotidiana, ma che ormai è di uso comune, sono le luci dentro gli armadi. Essendo collegate agli interruttori a chiusura, quando apro l’anta si accendono e quando la chiudo si spengono. E questa è un’opportunità che mi ha sicuramente migliorato la vita, perché per me era molto difficile distinguere i colori col buio».

Per Veronica, sorda, con le protesi acustiche, un ausilio necessario è quello delle luci collegate al campanello della porta. «Quando qualcuno suona a casa - spiega - restano accese per qualche minuto, così io ho il tempo per accorgermene e andare ad aprire la porta. Col telefono, invece, le cose vanno un po’ peggio. A volte sento lo squillo, a volte no, ad ogni modo non lo uso perché, pur sentendo i suoni, non capisco le parole. Paradossalmente, quando c’erano le cabine con i telefoni a gettoni, sentivo meglio che non a casa, non so perché, probabilmente pigliavano frequenze diverse, ad ogni modo notavo una differenza tra i telefoni pubblici e quelli privati».

«A casa mia - ribatte Lucio, anch’egli sordo, in attesa dell’intervento per passare dalle protesi all’impianto cocleare - ho collegato le luci sia al campanello della porta che al telefono. I miei figli hanno compreso benissimo che, se chiama qualcuno, devono rispondere loro al posto mio, oppure mettiamo il viva voce, che non è un’invenzione recente; così loro mi ripetono cosa dice l’interlocutore e io posso rispondere». «Soprattutto quando i bambini erano piccoli - conclude - un ausilio in particolare è risultato per me fondamentale. Si tratta di un apparecchio collegato ad un microfono che davo ai miei figli. Per cui, anche se si allontanavano al parco, potevo sentirli da vicino. In questo modo sono riuscito a superare il classico timore, che attanaglia tutte le mamme, soprattutto di notte, di non poter sentire il proprio bambino».

Ottobre 2018