Parlate uno per volta!

Per un’insegnante sorda l’adattamento del posto di lavoro passa anche attraverso la costruzione di un ambiente positivo con i colleghi, gli studenti e le loro famiglie

Quando si parla di adattamento dell’ambiente di lavoro per una persona con disabilità, vengono subito alla mente una serie di elementi da togliere o da aggiungere. Nel caso di un insegnante: togliere i gradini che impediscono l’accesso alla scuola e l’arrivo in classe, o aggiungere rampe per superare quegli ostacoli; mettere a disposizione personale di assistenza o acquisire attrezzature tecnologiche, in particolare se quell’insegnante è cieco.
Per una professoressa sorda come Margherita, invece, il principale ostacolo è stato quello di stabilire un contatto positivo con l’ambiente, per far comprendere un po’ per volta le sue particolari esigenze agli allievi e ai colleghi.

Sorda dalla nascita, in un’epoca di scarse informazioni e competenze, talvolta anche da parte degli stessi specialisti del settore, Margherita inizia a mettere le protesi auricolari sin da quando ha quattro anni, seguendo contemporaneamente una terapia con il logopedista.
Crescendo, la famiglia le è vicina in ogni sua scelta, senza però farla mai sentire una ragazza iperprotetta, come invece capita a tanti suoi coetanei sordi. In questo si ritiene molto fortunata, essendo riuscita ad acquisire proprio in quegli anni la voglia di indipendenza e la forza di mettersi in gioco, che l’avrebbero poi accompagnata in tutto il suo percorso di vita.

Si laurea in Biologia, non ha paura di viaggiare e questo le permette di vivere una serie di importanti esperienze in Italia e all’estero nel campo della ricerca.
Solo in un secondo tempo la necessità e le circostanze la conducono all’insegnamento di matematica e scienze, al quale non aveva mai minimamente pensato. D’accordo le sfide, la tenacia di voler perseguire i propri obiettivi ad ogni costo, ma un’insegnante sorda in una scuola pubblica le sembrava davvero troppo!

Paradossalmente, la prima discriminazione vissuta nel mondo scolastico non riguarda affatto la disabilità, bensì la sua età, per quanto possa sembrare strano. Troppo giovane, Margherita, secondo quella preside, per poter insegnare in un prestigioso istituto di una grande città, frequentato soprattutto da figli di professionisti. E a superare quel pregiudizio non basta nemmeno la qualità del suo curriculum nel campo della ricerca.
Ma è solo un incidente di percorso, perché nella nuova scuola dove si trasferisce l’accoglienza è ben diversa. «Per i ragazzi può essere molto utile avere un docente diverso», le dice il preside, e magari le parole non saranno proprio quelle più giuste, ma la sostanza sì.

Arriva così il primo giorno in classe, con tanta emozione e anche un po’ di timore. Margherita parla in modo un po’ differente dalle altre persone e il suo primo pensiero è se dire o meno della sua sordità ai ragazzi.
Decide di farlo subito, spiega che porta le protesi, che queste non compensano completamente la mancanza di udito e che quindi bisogna sempre alzare la mano e parlare uno per volta, altrimenti diventa davvero difficile seguirli.
Al principio non è facile, ma i ragazzi sembrano prenderla abbastanza bene. Quelli che invece appaiono più sconcertati sono proprio i colleghi: di esperienze con la disabilità ne avevano già avute, ma tutte davanti e non dietro alla cattedra. E questo cambia di molto la situazione.

Margherita procede sulla sua strada, facendo valere le proprie competenze. In sintonia con il preside, propone laboratori sperimentali di scienze, molto graditi ai ragazzi e anche alle loro famiglie.
Il suo lavoro viene apprezzato, tanto che alla fine dell’anno i genitori temono debba cambiare scuola. Quando invece l’incarico diventa definitivo, tutti ne sono soddisfatti e il rapporto diviene sempre più sereno e proficuo.
Unico problema: gli alunni distratti, quelli nuovi e i ripetenti. A loro, infatti, Margherita deve sempre ricordarsi di dire di alzare la mano e di parlare uno per volta. Questo, infatti, non solo le permette di capire bene ogni loro parola, ma rende anche più positivo il lavoro in classe.

Settembre 2017